Percival Everett di Virgil Russell


Cari avverbi, locuzione avverbiali e perifrasi,
vi scrivo per esprimervi, parola odiosa, meglio dire imprimervi senza mezzi termini, finanche entusiasticamente, il debito che ho nei vostri confronti. Il vostro sconfinato potere di definizione, il vostro timbro incantevole, la vostra musica rassicurante, le vostre infinite possibilità, oh, come dolcemente v’infilate nelle frasi mitigando un’espressione infelice, un’iperbole superflua.Probabilmente, senza dubbio e senza fallo, se mi concedete un po’ d’enfasi, celebrerò la vostra eterna importanza per la lingua che parlo, e capite bene che tale lingua non è l’inglese, ma semplicemente, definitivamente, la lingua umana. Mi ci sono voluti anni, troppi a contarli, prima di riuscire a capire, con un misto di gioia e sconcerto, che con tutti i -mente che mi avanzavano potevo mentire senza sforzo.
Sinceramente vostro,

Percival Everett

La chimera


“Guardando questo paesaggio, e questo nulla, ho capito che nel presente non c’è niente che meriti d’essere raccontato. Il presente è rumore: milioni, miliardi di voci che gridano, tutte insieme in tutte le lingue e cercando di sopraffarsi l’una con l’altra, la parola ‘io’. Io, io, io… Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla.”

Sebastiano Vassalli

headlikealamb:Springtime in Norway (Eva Sturm)