Percival Everett di Virgil Russell


Mio padre era depresso, non ci voleva un genio per capirlo, lì seduto tutto il giorno nella stanza di un cosiddetto ricovero per anziani a premere il pulsante e aspettare che arrivasse l’inserviente a piazzarlo in carrozzina e portarlo in bagno, premere il pulsante perché le infermiere non l’avevano ancora messo a letto e rischiava di crollare in poltrona, premere il pulsante perché non c’era nient’altro da fare tranne premere quel dannato pulsante. Deprimeva anche me vederlo così, poi andare a vivere la mia vita lontano da lui, consapevole delle sue condizioni, consapevole della sua tristezza, consapevole della sua noia, depresso perché ero capace di trascorrere intere giornate senza farmi toccare dall’orrore della sua esistenza quotidiana. Quello che non sapevo era come potesse continuare a vivere seduto lì giorno dopo giorno, all’apparenza così fragile, condannato a sentire pochissimo di ciò che accadeva nel suo corpo e troppo di ciò che accadeva nella sua mente, la mano tremante, un dito storto sospeso a mezz’aria mentre si sforzava di dirmi qualcosa. Lo vedevo anche quando parlavamo per telefono, quel dito. Come faceva mio padre a essere ancora vivo, così, a settantanove anni? Poi durante una delle mie visite inutili, visite che facevo per senso del dovere e perché gli volevo bene, anche se lo rendevano soltanto più triste, mi ha chiesto, con il dito storto posato placidamente sulla mano destra, Che ne pensi di tutto questo? La sua voce era più chiara di quanto non fosse da parecchi anni, le parole si prendevano tutto lo spazio della bocca, gli occhi erano fissi su di me. Lo trovo terribile, ho risposto, perché aveva fatto una domanda legittima e meritava la verità. Dovresti volere più bene a tuo padre, mi è sembrato di sentirgli dire, la voce che batteva di nuovo in ritirata. Allora gli ho chiesto se secondo lui venivo a trovarlo a sufficienza, e lui ha scosso la testa, un gesto che non sapevo come interpretare, se come un sì o come un no. Vorresti che venissi più spesso?, ho insistito, e lui mi ha guardato con gli occhi che avevo sempre conosciuto, e che pur essendo acquosi e rossi e fragili erano tornati a essere i suoi, e mi ha detto,…. Vieni un’altra volta e poi basta.

Percival Everett 

Il caffè sospeso


Il “libridinoso” lo si riconosce da come rallenta davanti ad una libreria: non appena avverte la presenza di una grossa concentrazione di carta stampata, si blocca, dà uno sguardo morboso alla vetrina, vorrebbe allontanarsi ma non ce la fa, esita ancora un poco, poi alla fine, gettata la spugna, entra e si precipita verso il banco. Magari quel giorno ha anche un po’ fretta, un appuntamento di lavoro o d’amore, ma la tentazione è più forte di qualsiasi altro impegno: una forza sconosciuta lo scaraventa all’interno, lo costringe ad aggirarsi fra i banchi, a guardare freneticamente i titoli, i colori, le copertine e le fascette con le tirature.”

Luciano De Crescenzo 

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