La sorte


Questa sorte,

che ci segue come un’ombra

e si allunga sui muri bianchi,
di lato corre, e ci accompagna
fino al letto, stanchi.
Questa sorte, che non dona pace
e, irrequieta, si aggira tra la morte e la vita
e non chiede, ci osserva e tace,
fedele soltanto a sé stessa,
di sé sicura.
Questa sorte,
che, bendata, veglia i nostri sogni
e scivola silenziosa tra i rami
della speranza
togliendo una foglia dopo l’altra,
spegnendo le luci e i sorrisi.
Questa sorte, che sorge con il pianto
e porge una mano con indifferenza,
come il vento che, distratto, smuove
le foglie cadute
tra le tombe bianche.
Questa sorte,
che aspetta le nostre decisioni,
tirando le somme
tra la nostra mente
e la sua potenza inestimabile.

Nadezhda Slavova

Il galateo dell’ineleganza


Al fatto che i costumi cambino senza soluzione di continuità ci siamo rassegnati e il più delle volte adeguati.

Tutto intorno a noi in pochi anni si è modificato. In peggio. La buona creanza è stata sostituita dalla cafonaggine in ogni manifestazione umana. Clamorosa addirittura la decadenza formale dell’abbigliamento. La cosiddetta moda maschile, esibita con enfasi nelle sfilate periodiche dei marchi rinomati, fa venire i brividi. Parliamo dei modelli in passerella: non capisci di quale sesso siano, ammesso ne abbiano uno. Non indossano giacche e pantaloni di foggia standard; si coprono con drappi di tessuto variopinto, non sfigurerebbero in un harem di qualche sceicco un po’ storto. Le loro calzature meritano un discorso a parte: sono carrarmati con i «tacchi» all’interno, affinché alzino la statura di chi li inforca senza, tuttavia, essere visibili. La gente pretende di essere alta e non disdegna alcun artificio onde raggiungere vette innaturali. Il risultato è pessimo: si rende ridicola. Specialmente le donne, che ondeggiano spericolatamente su trampoli della stessa misura di un polpaccio medio.

Tutto questo è ancora niente. Se entri in banca e vai allo sportello, stai certo che il funzionario è in maniche di camicia, stile carpentiere in attività, dal cui colletto sbottonato emergono cespugli di peli e, non raramente, catenelle d’oro. Quando cominciai a frequentare le redazioni, anni Sessanta, non c’era un giornalista che non fosse irrigidito in un completo grigio, corredato da cravatta d’ordinanza annodata con cura. Oggi solamente i portieri d’albergo sono agghindati così. I miei colleghi gironzolano nei corridoi, e partecipano alle riunioni di lavoro collettivo, come se fossero in uno stabilimento balneare: magliette, tipo Polo, jeans sdruciti, scarpacce deformate. Spesso lorsignori sono senza calze. Spettacolo deprimente. Il numero delle donne è aumentato a dismisura: mi aspetto da un momento all’altro che si esibiscano in bikini davanti alla macchinetta che distribuisce caffè tossico e vomitivi vari.

Un duro colpo all’evoluzione della specie viene dalla massa che viaggia in metropolitana: trascurando gli afrori ascellari, si scorgono in vettura soggetti talmente malmessi da indurti a supporre che siano appena evasi da un carcere di massima sicurezza. I passeggeri, avvolti in stracci scoloriti, non distolgono lo sguardo dal display, impegnati a digitare. Che fanno? Sono intenti a giocare. Ti assale il sospetto che siano profughi giunti di recente in Italia dopo una crociera di fortuna in gommone. Manco per niente. Alcuni sono impiegati postali, fattorini. Non escluderei che nel mucchio ci sia qualche dirigente d’azienda. Infatti, dobbiamo constatare che la democrazia produce effetti negativi: non sono i ceti più bassi ad elevare il loro gusto al livello di quelli alti, ma viceversa. Fanno scuola gli sfigati, e i capi sono ottimi allievi. Non distingui gli uni dagli altri.Ogni tanto la tivù manda in onda filmati relativi a partite di calcio del secolo scorso. Fateci caso. Quando sono inquadrate le tribune, si ammirano schiere di compostissimi spettatori, tutti in giacca e rigorosamente incravattati. Già. All’epoca era in voga il vestito della festa, e poiché le gare di pallone si disputavano la domenica, la massa si recava allo stadio sfoggiando l’abito più pregiato, forse l’unico scovato nell’armadio.

Ecco, il vestito della festa è sparito. È in disarmo. Alcuni raffinati di risulta si abbigliano decentemente nei giorni feriali qualora svolgono un lavoro pubblico, gli avvocati e i giudici: ma, in quelli festivi, anche costoro si lasciano andare agli orrori correnti: d’inverno giacconi da tranviere, d’estate magliette da tennista amatoriale e infradito. Raggelanti.L’eleganza non è più un punto d’arrivo, ma qualcosa da aborrire. Se l’etica è stata distrutta dalla corruttela, l’estetica è stata assassinata, sepolta nelle riviste patinate a tiratura limitata. Se vi capita, entrate in chiesa in occasione di una messa cantata: troverete individui che ostentano gambe pallide e irrigate da vene varicose, bermuda e sandali raccapriccianti. Non mi stupirei se anche i preti, un bel dì, salissero sul pulpito in ciabatte. Lentamente arriveremo anche a questo: dopo l’ora delle chitarre, scoccherà quella delle pianelle sacerdotali.

E pensare che, sia pure nel generale sbracamento, con un pizzico di volontà potremmo, se non essere più virtuosi, apparire gradevoli o almeno non sgradevoli. Sarebbe sufficiente essere rispettosi di alcune norme: la prima, non fare schifo; la seconda, guardarsi allo specchio e giudicare se stessi come si valuta il prossimo.

Buone vacanze trasandate.

Vittorio Feltri

Vittorio Feltri

cambiare


Nessuno di noi è preparato. Né lo saremo mai. Ma questo è ugualmente il nostro destino: cambiare. Si cambia con lentezza, la stessa lentezza che muta la primavera in estate, l’estate in autunno, l’autunno in inverno. Non ci si accorge mai in quale momento la primavera diventa estate: una mattina ci alziamo e fa caldo; l’estate è giunta mentre dormivamo.”

Oriana Fallaci

Reduce


Un senso di gioia, di forza, mi ha reso la solitudine piena di sorprese e di incanto. Anche nel momento più focoso e scatenato dell’amicizia, delle bande, dei giochi scapestrati e violenti, mai ho abbandonato lo spazio della solitudine. Un legame intimo e motivato nell’esperienza me l’ha tenuto caro e prezioso. Un attaccamento profondo tanto nella fisicità, nella contemplazione del mondo che poi nella lettura e nello studio. Nutro risentimento misto ad orrore verso quegli educatori che pretendono di riempire lo spazio della crescita comprimendolo in una maratona di attività organizzate. È la solitudine che apre ai vari regni della creazione, minerale, vegetale, animale. Apre alla mente, al proprio esser conforme. La solitudine è una ricchezza capace di arginare, crescendo, sia la noia che la logica del branco. Da lì s’ascende e si precipita e ci s’allarga intorno. La solitudine è benedetta, fiorisce e fa fiorire, se s’accompagna all’amore. Sicuro. Un bimbo può sopportare e reggere tutto e da tutto trarre profitto se si sente amato.

Giovanni Lindo Ferretti

se

Nel paese delle ultime cose


La gente qui parla di un sacco di cose, e specialmente di quelle di cui non sa nulla. Quello che mi stupisce non è il fatto che tutto stia crollando, ma che ci sia ancora molto che continua a esistere. Ci impiega tanto tempo un mondo per svanire, più di quanto si possa pensare. Le vite continuano a essere vissute e ognuno di noi rimane testimone del proprio piccolo dramma. È vero che non esistono più le scuole; è vero che l’ultimo film è stato proiettato più di cinque anni fa; è vero che il vino è così raro che ora soltanto i ricchi possono permetterselo. Ma è questo che intendiamo per vita? Lascia crollare ogni cosa e poi vediamo cosa rimane. Forse questo è il punto più interessante di tutti: vedere quello che accade quando non rimane più nulla e scoprire se, anche così, sopravviveremo.

Paul Aster

2015


DEMIAN

Vedo vincere l’amore su ogni cosa
oltre la cenere delle bombe a Kobane
e i terroristi armati di kalashnikov
contro i turisti morti abbronzati
e le moschee che cadono a pezzi
il sangue che scorre nei rivoli
lungo i muri che siam pronti ad alzare
centosettantacinque chilometri circa
di mattoni cemento e razzismo
filo spinato che sento come nelle carni
il mare pieno di barconi
ed è come annegare
l’ansia che sale, la paura che sale,
i drammi di povertà e miseria
e le tragedie apocalittiche
di produzione casalinga
Dentro, il cuore esplode ogni giorno
ancora, Hiroshima e Nagasaki
Vedo e son cieco, sento e son sordo
tocco l’impalpabile, mangio ancora
non so più se questo è vivere
o amare

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Ser en el mundo


Qualcuno che non sono io
e del tutto identico a me stesso
passeggia sui miei passi e mi segue
Un altro è colui che enuncia le mie parole
e attesta i miei atti
la mia memoria è ricordata da un altro
un altro è colui che dietro al mio occhio osserva.
Qualcuno di cui sono alternativa
Mi spia nello specchio
e ricalca una a una
persino le più impercettibili smorfie.
A somiglianza e preciso riflesso
io non sono che immagine dell’altro.

Alí Calderón