Percival Everett di Virgil Russell


Cari avverbi, locuzione avverbiali e perifrasi,
vi scrivo per esprimervi, parola odiosa, meglio dire imprimervi senza mezzi termini, finanche entusiasticamente, il debito che ho nei vostri confronti. Il vostro sconfinato potere di definizione, il vostro timbro incantevole, la vostra musica rassicurante, le vostre infinite possibilità, oh, come dolcemente v’infilate nelle frasi mitigando un’espressione infelice, un’iperbole superflua.Probabilmente, senza dubbio e senza fallo, se mi concedete un po’ d’enfasi, celebrerò la vostra eterna importanza per la lingua che parlo, e capite bene che tale lingua non è l’inglese, ma semplicemente, definitivamente, la lingua umana. Mi ci sono voluti anni, troppi a contarli, prima di riuscire a capire, con un misto di gioia e sconcerto, che con tutti i -mente che mi avanzavano potevo mentire senza sforzo.
Sinceramente vostro,

Percival Everett

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La rivoluzione


Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo.
È in quel fuoco che sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno.
Il giorno era cocente.
Mi ha infiammato per il resto della mia vita.

Frida Kahlo

Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo.
È in quel fuoco che sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno.
Il giorno era cocente.
Mi ha infiammato per il resto della mia vita.
Frida Kahlo
(sciopero generale)

La chimera


“Guardando questo paesaggio, e questo nulla, ho capito che nel presente non c’è niente che meriti d’essere raccontato. Il presente è rumore: milioni, miliardi di voci che gridano, tutte insieme in tutte le lingue e cercando di sopraffarsi l’una con l’altra, la parola ‘io’. Io, io, io… Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla.”

Sebastiano Vassalli

headlikealamb:Springtime in Norway (Eva Sturm)

“Oratori di gran classe”


Gli attori principali di problemi non ne hanno
Oratori di gran classe, ci presentano le tasse,
poi rimangono assai stupiti,
di come tutta questa fatica, venga poco retribuita!…
Quell’Italia rispettata ed ammirata
Oggi non è più considerata
Chiudo gli occhi dallo sdegno,
il brusio delle comparse va morendo!
Gli attori principali
Mi riportan la memoria ai tempi della scuola media,
Chi non ricorda il gioco della sedia?
Oggi il meccanismo è sempre quello.
In un paese in cui governa la miseria
la gente piange la fame vera
Tristemente abbandono il teatro,
Non voglio guardare la fine dello spettacolo
Nessun applauso vi concedo grandi attori
ho rispetto solo per i signori,
il mio inchino lo riservo a questo pubblico stupendo
che vive con il suo misero stipendio.

di Laura “Poesieracconti”

…Gli attori principali di problemi non ne hanno
Oratori di gran classe, ci presentano le tasse,
 poi rimangono assai stupiti,
 di come tutta questa fatica, venga poco retribuita!…
Quell'Italia rispettata ed ammirata
 Oggi non è più considerata
Chiudo gli occhi dallo sdegno,
 il brusio delle comparse va morendo!
Gli attori principali
Mi riportan la memoria ai tempi della scuola media,
Chi non ricorda il gioco della sedia?
Oggi il meccanismo è sempre quello.
In un paese in cui governa la miseria
la gente piange la fame vera
Tristemente abbandono il teatro,
Non voglio guardare la fine dello spettacolo
Nessun applauso vi concedo grandi attori
ho rispetto solo per i signori,
il mio inchino lo riservo a questo pubblico stupendo
che vive con il suo misero stipendio.
(tratto da “Oratori di gran classe” di Laura “Poesieracconti” )

Il senso critico


Per molto tempo mi sono domandata cosa abbia complicato così tanto la mia vita fino ad oggi. Mi rispondevo “il senso critico”, questa attitudine a psicanalizzare tutto e tutti. La mia ricerca dell’assoluto nei sentimenti, il senso di inadeguatezza rispetto a certi mondi che mi reclamano, l’irrequietezza che si sveglia quando la conca si fa stagno , il bisogno frequente di solitudine destinato, legittimamente, a non essere sempre compreso, la mia insofferenza per l’autorità, la leggerezza che si infrange sul mio senso del ridicolo. Erano risposte che non mi bastavano. Giuste, vere, ma insufficienti. Poi ho capito. Ho avuto un momento complicato e mi sono accorta che per la prima volta, sul serio, avevo bisogno di qualcuno. Non è che non mi fosse mai capitato, ma le altre volte non era un bisogno irrinunciabile. Avevo sempre avuto la possibilità o la forza di cavarmela da me. Questa volta mi serviva una mano. E li’ ho capito cosa mi aveva complicato la vita fino a quel momento: l’incapacità strutturale di chiedere aiuto. Le persone che lo sanno fare campano meglio. Sono in pace con le loro fragilità, non sentono di avere una parte assegnata, sanno suonare il campanello di notte, non confondono il verbo “chiedere” con il verbo “disturbare”. Sono risolte soprattutto quando nella loro vita emerge l’irrisolto. Quelle come me sono abituate a sostenere una parte – quella delle persone forti, granitiche, sicure- e non solo non sanno chiedere aiuto, ma fanno si’ che nessuno sospetti mai che ne abbiano bisogno. È una sorta di Al lupo al lupo al contrario. A furia di non creare allarmismi, nessuno accorre in tuo aiuto pure se le sirene dell’allarme urlano disperate. Credo che la gente così sia stata educata a questo. Se penso alla mia infanzia penso a un’infanzia in cui chiedere è stato il mio terrore più grande. Penso a quanto in fatto di richieste e di esigenze, per i miei genitori, mi sia sforzata di non esistere. Penso a quante sere prima di andare a letto me ne sia rimasta dietro la porta a vetri del salotto di casa mentre i miei vedevano la TV cercando il coraggio di chiedere qualsiasi scemenza, dal permesso per andare a studiare da un’amica il giorno dopo a quello di poter avere un paio di scarpe nuove. E questo sono rimasta. Una che non sa chiedere. Una che si complica la vita, inutilmente, perché chi sa chiedere alla fine è più risolto, più modesto e più felice.

Selvaggia Lucarelli

irisofjordan:

❤

La ragazza della Fortezza da Basso


Vorrei riuscire a scrivere qualcosa che abbia un senso ma non posso perché un senso, questa vicenda, non ce l’ha. Sono io la ragazza dello stupro della fortezza, sono io.
Esisto. Nonostante abbia vissuto anni sotto shock, sia stata imbottita di psicofarmaci, abbia convissuto con attacchi di panico e incubi ricorrenti, abbia tentato il suicidio più e più volte, abbia dovuto ricostruir a stenti briciola dopo briciola, frammento dopo frammento, la mia vita distrutta, maciullata dalla violenza: la violenza che mi é stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui é stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale.
Come potete immaginare che io mi senta adesso? Non riesco a descriverlo nemmeno io. La cosa più amara e dolorosa di questa vicenda é vedere come ogni volta che cerco con le mani e i denti di recuperare la mia vita, di reagire, di andare avanti, c’é sempre qualcosa che ritorna a ricordarmi che sì, sono stata stuprata e non sarò mai piú la stessa. Che siano state le varie fasi della lunghissima prima udienza, o le sentenze della prima e poi della seconda, ne ho sempre avuto notizia dai social media piuttosto che dal mio avvocato. Come mai questo accada non lo so. So soltanto che é come un elastico che quando meno me l’aspetto, mentre sono assorta e impegnata a affrontare il mondo, piena di cicatrici, ma cercando la forza per farcela, questo maledetto elastico mi riporta indietro di 7 anni, ogni maledetta volta.
Ogni maledetta volta dopo aver lavorato su me stessa, cercato di elaborare il trauma, espulso da me i sensi di colpa introiettati, il fatto di sentirmi sbagliata, sporca, colpevole. Dopo aver cercato di trasformare il dolore, la paura, il pianto in forza, in arte, ecco un altro articolo che parla di me. E io mi ritrovo catapultata di nuovo in quella strada, nel centro antiviolenza, nell‘aula di tribunale. Tutto questo mi sembra surreale come un supplizio di Tantalo.
La memoria é una brutta bestia. Nel corso degli anni si dimenticano magari frasi, l’ordine del prima e dopo, ma il corpo sa tutto. Le sensazioni, il dolore fisico, il mal di stomaco, la voglia di vomitare, non si dimentica.
Che poi quanti sforzi ho fatto per ritornare ad avere una vita normale, ricominciare a studiare, laurearmi, cercare un lavoro, vivere relazioni, uscire, sentirsi a proprio agio nel proprio corpo, nella propria città. E quante volte sono stata invece redarguita dal mio legale, per avere una “ripresa”. Per sembrare andare avanti, e non sconfitta, finita. “La vittima deve essere credibile”. Forse se quella volta avessi inghiottito più pasticche e fossi morta sarei stata più credibile? Forse non li avrebbero assolti?
Essere vittima di violenza e denunciarla é un’arma a doppio taglio: verrai creduta solo e fin tanto che ti mostrerai distrutta, senza speranza, finché ti chiuderai in casa buttando la chiave dalla finestra, come una moderna Raperonzolo. Ma se mai proverai a cercare di uscirne, a cercare, pian piano di riprendere la tua vita, ti sarà detto “ah ma vedi, non ti é mica successo nulla, se fossi stata veramente vittima non lo faresti”. Così può succedere quindi che in sede di processo qualcuno tiri fuori una fotografia ricavata dai social network in cui, a distanza di tre anni dall’accaduto, sei con degli amici, sorridi e non hai il solito muso lungo, prova lampante che non é stato un delitto così grave. Fondamentale, ovviamente.
A sette anni di distanza ancora ho attacchi di panico, ho flashback e incubi e lotto giornalmente contro la depressione e la disistima di me.
Non riesco a vivere più nella mia cittá, ossessionata dai brutti ricordi e dalla paura di ciò che la gente pensa di me. Prima la Fortezza da Basso era un luogo pieno di ricordi positivi, la Mostra dell’Artigianato, il Social Forum Europeo, i numerosi festival e fiere. Adesso é un luogo che cerco di evitare, un buco nero sulla mappa della cittá di Firenze.
Mi é stato detto, é stato scritto, che ho una condotta sregolata, una vita non lineare, una sessualità “confusa”, che sono un soggetto provocatorio, esibizionista, eccessivo, borderline. C’é chi ha detto addirittura che non ero che una escort, una donna a pagamento che non pagata o non pagata abbastanza, ha voluto rivalersi con una denuncia.
Perché sono bisessuale dichiarata, perché ho convissuto col mio ragazzo un anno prima che succedesse tutto ció, perché amo viaggiare e unito al fatto che non sono riuscita a vivere nella mia città dopo l’accaduto, ho viaggiato molto, proprio per quella sensazione di essere chiunque e di dimenticare la tua storia in un posto nuovo. Perché sono femminista e attivista lgbt e fin dai 15 anni lotto contro questo schifo di patriarcato che oggi come sette anni fa, cerca di annientarmi come ha fatto e fa continuamente, ovunque.
Perché mi vesto non seguendo le mode, e quindi se seguo uno stile alternativo, gothic o cose del genere, sono automaticamente tacciata per promiscua. Perché sono (?) un’attrice e un’artista e ho fatto happening e performance usando il corpo come tavolozza di sentimenti e concetti anche e soprattutto legati al mio vissuto della violenza (e sì, la Body art é nata negli anni 60, mica ieri. Che poi, qualcuno si sognerebbe forse di augurare o giustificare chi stuprasse Marina Abramovic perché si é mostrata nuda in alcuni suoi lavori?).
Ebbene sì, se per essere creduta e credibile come vittima di uno stupro non bastano referti medici, psichiatrici, mille testimonianze oltre alla tua, le prove del dna, ma conta solo il numero di persone con cui sei andata a letto prima che succedesse, o che tipo di biancheria porti, se usi i tacchi, se hai mai baciato una ragazza, se giri film o fai teatro, se hai fatto della body art, se non sei un tipo casa e chiesa e non ti periti di scendere in piazza e lottare per i tuoi diritti, se insomma sei una donna non conforme, non puoi essere creduta. Dato che non hai passato gli anni dell’adolescenza e della giovinezza in ginocchio sui ceci con la gonna alle caviglie e lo sguardo basso, cosa vuoi aspettarti, che qualcuno creda a te, vittima di violenza?
Sono stata offesa non solo come donna, per ciò che sappiamo essere accaduto. Ma come amica, dal momento in cui il capetto del gruppo era una persona che consideravo amica, e mi ha ingannato. Sono stata offesa dagli avvocati avversari e dai giudici come bisessuale e soggetto lgbt, che hanno sbeffeggiato le mie scelte affettive e le hanno viste come “spregiudicate”.
Sono stata offesa come femminista e attivista lgbt quando la mia adesione a una manifestazione contro la violenza sulle donne é stata vista come “eccessiva” e non idonea a una persona vittima di violenza, essendomi mostrata troppo “forte”. Sono stata offesa dalla corte e dagli avvocati avversari per essere un’artista e un’attrice (o per provarci, ad ogni modo), un manipolo di individui gretti che non vedono oltre il loro naso e che equiparavano qualsiasi genere di nudità o di rappresentazione che vada contro la “norma” (per es. scrivere uno spettacolo sulla prostituzione) alla pornografia.
Mi hanno perfino offeso in quanto aderente alla moda giapponese delle gothic lolita (e hanno offeso il buon senso), quando hanno insinuato che fosse uno stile che ha a che fare con pornografia, erotismo e chissà cos’altro. Hanno offeso, con questa assoluzione, la mia condizione economica, di gran lunga peggiore della loro che, se hanno vinto la causa possono dir grazie ai tanti avvocati che hanno cambiato senza badare a spese, mentre io mi sono dovuta accontentare di farmi difendere da uno solo. E condannandomi a dovere essere debitrice a vita per i soldi della provvisionale che ho speso per mantenermi negli ultimi due anni, oltre al fatto che nessuno ripagherà mai il dolore, gli anni passati in depressione senza riuscire né a studiare né a lavorare, a carico dei miei, e tutti i problemi che mi porto dietro fino ad adesso. Rischio a mia volta un’accusa per diffamazione, anche scrivendo questa stessa lettera.
Ciò che più fa tristezza di questa storia che mi ha cambiato radicalmente, é che nessuno ha vinto. Non hanno vinto loro, gli stupratori (accusati e assolti in II° ndb), la loro arroganza, il loro fumo negli occhi, le loro vite vincenti, per esempio l’enorme pubblicità fatta ai b-movie splatter del “capetto” del gruppo, sono andate avanti nonostante un’accusa di stupro.
Abbiamo perso tutti. Ha perso la civiltà, la solidarietà umana quando una donna deve avere paura e non fidarsi degli amici, quando una donna é costretta a stare male nella propria città e non sentirsi sicura, quando una giovane donna deve sospettare quando degli amici le offrono da bere, quando si giudica la credibilità di una donna in base al tacco che indossa, quando dei giovani uomini si sentiranno in diritto di ingannare e stuprare una giovane donna perché e’ bisessuale e tanto “ci sta”.
Quello che vince invece, giorno per giorno attraverso quello che faccio, é la voglia di non farmi intimidire, di non perdere la fiducia in me stessa e di riacquistarla nel genere umano, facendo volontariato, assistendo gli ultimi, i disabili, le persone con disturbi psichici (perché sì, anche quando si é sofferto di depressione e forse soprattutto per questo, si é capaci di essere empatia e d’aiuto).
Se potessi tornare indietro sapendone le conseguenze non so se sarei comunque andata al centro antiviolenza, da cui è poi partita la segnalazione alla polizia che mi ha chiamato per deporre una testimonianza tre giorni dopo. Ma forse si, comunque, per ripetere al mondo che la violenza non é mai giustificabile, indipendentemente da quale sia il tuo lavoro, che indumenti porti, quale sia il tuo orientamento sessuale. Che se anche la giustizia con me non funziona prima o poi funzionerà, cambierà, dio santo, certo che cambierà.

La ragazza della Fortezza sono IO © ANSA

la gioia di vivere


La gioia di vivere l’ho spesso vista nei volti di chi avrebbe avuto tutti i motivi per non averla.
Mentre l’ho vista altrettanto spesso mancare nello sguardo di coloro che – apparentemente – avrebbero avuto tutti i motivi per provarla.
Perché in realtà non dipende da ciò che si possiede , tantomeno da ciò che si realizza, ma dalla spiritualità. Dal modo in cui si percepisce il valore dell’attimo , dell’esserci , anche tra le difficoltà.
E’ qualcosa di intimo e profondo, che non ha nulla a che vedere con il sistema .
E va protetta con cura , anche quando sembra impossibile mantenerla. Anzi, soprattutto allora.

Carolina Turroni