Non ha più lacrime la mia terra…”


Non ha più lacrime la mia terra,
scivolate nel terribile fiume
della disperazione.
È ferita la mia terra:
ferita a morte!
Fissano il nulla i miei fratelli…
Sussurrano preghiere.
In silenzio.
Vecchi pastori
preparano le greggi alla transumanza
indossando il dolore…
… In cerca di pascoli senza ombre.
Dove l’erba non è amara.

Giorgio De Luca

Venerdì 17.


Venerdì 17. Ma perché questo giorno dovrebbe portarci sfortuna?

Nell’Antica Grecia, i seguaci di Pitagora odiavano il 17 perché si trovava in mezzo a due numeri perfetti come il 16 e il 18. Nell’Antico Testamento si legge che il giudizio universale iniziò il 17esimo giorno del secondo mese. Forse, il motivo principale di questa superstizione, però, è una eredità medievale. Sulle tombe, i romani scrivevano VIXI, ho vissuto quindi sono morto. Una parola non molto allegra che nei tempi bui del Medioevo, dove l’analfabetismo era molto diffuso, venne confusa con XVII, il 17 secondo il sistema numerico romano.

Il venerdì invece si pensa sia sfortunato perché, nella tradizione cristiana, è il giorno della morte di Gesù Cristo.

Nella Smorfia napoletana il 17 è sinonimo di “disgrazia”.

È così giunta fino ai nostri giorni la credenza superstiziosa per cui il numero 17 sia un simbolo di sventura.

l venerdì 17 è una superstizione tipicamente italiana, non riscontrabile altrove: nel mondo si ritrovano infatti altre date ed altri numeri “negativi”. Si è già detto di “venerdì 13″ nei paesi anglosassoni, mentre in Spagna (paese anch’esso dalle radici latine e cattoliche), Grecia e nell’America del sud il giorno sfortunato è invece “martedì 13″.

Paese che vai, usanze che trovi ma niente paura, non c’è niente di vero. Comunque  per evitare (non si sa mai) basta  non indossare un vestito viola, rompere un specchio, versando il sale in terra con una mano e aprendo un ombrello dentro casa con l’altra, per poi passare sotto una scala aperta mentre un gatto nero vi attraversa la strada.