Le ombre.


Le senti come chiedono realtà
scarmigliate, feroci,
le ombre che forgiammo insieme
in questo immenso letto di distanze?
Stanche ormai di infinito, di tempo
senza misura, di anonimato,
ferite da una grande nostalgia di materia,
chiedono limiti, giorni, nomi.
Non possono vivere più così: sono alle soglie
della morte delle ombre, che è il nulla.
Accorri, vieni, con me.
Insieme cercheremo per loro
un colore, una data, un petto, un sole.
Che riposino in te, sii tu la loro carne.
Si placherà la loro enorme ansia errante,
mentre noi le stringiamo avidamente
fra i nostri corpi,
dove potranno trovare nutrimento e riposo.
Si assopiranno infine nel nostro sonno
abbracciato, abbracciante. E così,
quando ci separeremo, nutrendoci
solo di ombre, fra lontananze,
esse
avranno ormai ricordi,
avranno un passato di carne ed ossa,
il tempo vissuto dentro di noi.
E il loro tormentato sonno
di ombre sarà, di nuovo, il ritorno
alla corporeità mortale e rosa
dove l’amore inventa il suo infinito.

Pedro Salinas

                                                                           Ikenaga Yasunari.

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Orazione.


Abbiate pietà della mia assenza
Alla soglie delle intenzioni!
L’anima è pallida di impotenza
E di inazioni bianche.

La mia anima dalle opere abbandonate,
La mia anima pallida di singhiozzi
Guarda invano le mani affaticate
Tremare su ogni cosa non sbocciata.

E mentre il cuore soffia
Bolle di sogni color lilla, 
La mia anima dalla fragili mani di cera
Annaffia un chiaro di luna stanco;

Un chiaro di luna dove traspaiono
I gigli ingialliti del domani;
Un chiaro di luna dove nascono soltanto
Le ombre tristi delle mani.

Maurice Maeterlinck.

 

 

 

 

“Maktub”


“Se devi piangere, piangi come un bambino.
Una volta sei stato un bambino, e una delle prime cose che hai imparato nella vita fu piangere, perché il pianto fa parte della vita.
Non dimenticare di essere libero, e che mostrare le tue emozioni non è vergognoso.
Urla, singhiozza forte, fai il chiasso che vuoi. Perché così è come piangono bambini, e loro conoscono il modo più veloce per confortare i loro cuori. Hai mai notato come i bambini smettono di piangere? Smettono perché qualcosa li distrae. Qualcosa li chiama alla prossima avventura. I bambini smettono di piangere velocemente. E così sarà per te. Ma solo se riesci a piangere come fanno i bambini.”

PAULO COELHO@ 

 

 

“Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”


Un rapporto di coppia è come un giardino, Per crescere rigoglioso deve essere annaffiato regolarmente. Ha bisogno di cure particolari a seconda della stagione e del clima. Bisogna deporre i semi ed estirpare le erbacce. In modo analogo, per mantenere viva la magia dell’amore è necessario che ne comprendiamo le stagioni e dedichiamo cure adeguate alle speciali necessità dell’amore stesso.

John Gray.

 

Castelli di Rabbia,


Non si leggerebbe, nulla, se non fosse per paura. O per rimandare la tentazione di un rovinoso desiderio a cui, si sa, non si saprà resistere. Si legge per non alzare lo sguardo verso il finestrino, questa è la verità. Un libro aperto è sempre la certificazione della presenza di un vile – gli occhi inchiodati su quelle righe per non farsi rubare lo sguardo dal bruciore del mondo – le parole che a una ad una stringono il fragore del mondo in un imbuto opaco fino a farlo colare in formine di vetro che chiamano libri – la più raffinata delle ritirate, questa è la verità. Una sporcheria. Però: dolcissima. Questo è importante, e sempre bisognerà ricordarlo, e tramandarlo, di volta in volta, da malato a malato, come un segreto, il segreto, che non sfumi mai nella rinuncia di nessuno o nella forza di nessuno, che sopravviva sempre nella memoria di almeno un’anima sfinita e lì suoni come un verdetto capace di far tacere chicchessia: léggere è una sporcheria dolcissima. Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro? No, quella è la sola e più dolce custodia di ogni paura – un libro che inizia.

Alessandro Baricco

 

 

 

 

 

 

Non importa chi sono.


Non importa chi sono. Non importa come mi chiamo.
Potete chiamarmi Strega.
Perché tanto la mia natura è quella. 
Da sempre, 
dal primo vagito,
dal primo respiro di vita, 
dal primo calcio che ho tirato al mondo.
Sono una di quelle donne che hanno il fuoco nell’anima, 
sono una di quelle donne che hanno la vista e l’udito di un gatto, 
sono una di quelle donne che parlano con gli alberi e le formiche, 
sono una di quelle donne che hanno il cervello di Ipazia, di Artemisia, di Madame Curie.
Ho la bellezza della luce,
ho la bellezza dell’armonia,
ho la bellezza del mare in tempesta,
ho la bellezza di una tigre, 
ho la bellezza dei girasoli, della lavanda e pure dell’erba gramigna!
Per cui sono Strega.
Sono Strega perché sono diversa, 
sono unica, 
sono un’altra, 
sono me stessa, 
sono fuori dalle righe, 
sono fuori dagli schemi, 
sono a-normale… 
sono io!
Sono Strega perché sono fiera del mio essere donna-
zingara,
artista e folle ingegnere della mia vita.
Sono Strega perché so usare la testa,
perché dico sempre ciò che penso,
perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, 
della parola potente e possente.
Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni di questo strano millennio, 
di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici.
Sono Strega perché i roghi esistono ancora 
e io – prima o poi – potrei finirci dentro.

– Monologo scritto da Barbara Giorgi per Franca Rame

 

 

Ex voto, Satura.


Accade 
che le affinità d’anima non giungano 
ai gesti e alle parole ma rimangano 
effuse come un magnetismo. É raro 
ma accade.

Puó darsi 
che sia vera soltanto la lontananza, 
vero l’oblio, vera la foglia secca 
piú del fresco germoglio. Tanto e altro 
puó darsi o dirsi.

Comprendo 
la tua caparbia volontà di essere sempre assente 
perchè solo così si manifesta 
la tua magia. Innumeri le astuzie 
che intendo.

Insisto 
nel ricercarti nel fuscello e mai 
nell’albero spiegato, mai nel pieno, sempre 
nel vuoto: in quello che anche al trapano 
resiste.

Era o non era 
la volontà dei numi che presidiano 
il tuo lontano focolare, strani 
multiformi multanimi animali domestici; 
fors’era così come mi pareva 
o non era.

Ignoro 
se la mia inesistenza appaga il tuo destino, 
se la tua colma il mio che ne trabocca, 
se l’innocenza é una colpa oppure 
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me, 
di te tutto conosco, tutto ignoro.

Eugenio Montale

René Magritte, Dangerous Liaisons