VIVERE INCATENATE: L’ANIMA DELLE DONNE RINNEGATA,


Certe volte le donne vivono come degli animali addomesticati, legati a una catena. La loro forza creativa e pulsionale viene imbavagliata e, senza accorgersene, abbandonano la loro profonda natura istintuale, quella che anima il sorriso e colora le guance.
«Mi sento spenta»
«Non so bene cosa voglio fare»
«E’ come se mi mancasse la vita»
«Mi sento annegare nelle cose da fare e ho perso me stessa»
«Non capisco cosa mi piace davvero»
«Mi anniento nelle sofferenze d’amore»
«Vorrei qualcosa di più».
Quando la natura istintuale di una donna è incatenata lei perde il collegamento con la parte viva e gioiosa di se stessa, con la sua forza passionale e istintuale.
Ma come vive una donna incatenata? Ci sono tanti modi: eccone alcuni:
• Una donna vive incatenata quando si costringe a essere diversa da quella che vorrebbe essere, per uniformarsi agli altri;
• Una donna vive incatenata quando investe tutto nella relazione d’amore, dimenticando che quella è solo una parte di se stessa;
• Una donna vive incatenata quando cerca di essere sempre perfetta e vuole scacciare i suoi difetti come se fossero parti da rinnegare
• Una donna vive incatenata quando nega a se stessa il richiamo delle sue passioni e impila le sue giornate come se fossero tutte uguali;
• Una donna vive incatenata quando si costringe a essere disponibile per tutti, pensando che sia l’unica cosa giusta da fare;
• Una donna vive incatenata quando si chiede troppo spesso “Cosa penseranno di me” senza buttarsi alle spalle i giudizi degli altri;
• Una donna vive incatenata quando fa l’amore lontana dalle sue pulsioni profonde e si costringe ai cliché precostituiti;
• Una donna vive incatenata quando smette di ridere, ballare e saltare e si costringe a essere sempre seria e compita;
• Una donna vive incatenata quando è troppo rigorosa e non osa mai andare nella follia
• Una donna vive incatenata quando smette di ascoltare la sua verità interiore pensando che sia sbagliata;
• Una donna vive incatenata quando è lontana dalla sua anima, dal suo caldo abbraccio che ogni giorno le porta calore e forza… 

 

Simona Oberhammer – La Via Femminile 

Yule – Solstizio d’inverno.


Mentre l’anno volge al termine, le notti si allungano e le ore di luce sono sempre più brevi, fino al giorno del Solstizio invernale, il 21 dicembre. II respiro della natura è sospeso, nell’attesa di una trasformazione, e il tempo stesso pare fermarsi. E’ uno dei momenti di passaggio dell’anno, forse il più drammatico e paradossale: l’oscuritá regna sovrana, ma nel momento del suo trionfo cede alla luce che, lentamente, inizia a prevalere sulle brume invernali. Dopo il Solstizio, la notte più lunga dell’anno, le giornate ricominciano poco alla volta ad allungarsi. Come tutti i momenti di passaggio, Yule è un periodo carico di valenze simboliche e magiche, dominato da miti e simboli provenienti da un passato lontanissimo. Il Natale e’ la versione cristiana della rinascita del sole, fissato secondo la tradizione al 25 dicembre dal papa Giulio I (337 -352) per il duplice scopo di celebrare Gesù Cristo come “Sole di giustizia” e creare una celebrazione alternativa alla più popolare festa pagana. Sin dai tempi antichi dalla Siberia alle Isole Britanniche, passando per l’Europa Centrale e il Mediterraneo, era tutto un fiorire di riti e cosmogonie che celebravano le nozze fatali della notte più lunga col giorno più breve. 

Due temi principali si intrecciavano e si sovrapponevano, come i temi musicali di una grande sinfonia. Uno era la morte del Vecchio Sole e la nascita del Sole Bambino, l’altra era il tema vegetale che narrava la sconfitta del Dio Agrifoglio, Re dell’Anno Calante, ad opera del Dio Quercia, Re dell’Anno Crescente. Un terzo tema, forse meno antico e nato con le prime civiltà  agrarie, celebrava sullo sfondo la nascita-germinazione di un Dio del Grano… Se il sole è un dio, il diminuire del suo calore e della sua luce è visto come segno di vecchiaia e declino. Occorre cacciare l’oscurità prima che il sole scompaia per sempre.

Le genti dell’antichità che si consideravano parte del grande cerchio della vita, ritenevano che ogni loro azione, anche la più piccola, potesse influenzare i grandi cicli del cosmo. Così si celebravano riti per assicurare la rigenerazione del sole e si accendevano falž per sostenerne la forza e per incoraggiarne, tramite la cosiddetta “magia simpatica” la rinascita e la ripresa della sua marcia trionfale. 

Presso i celti era in uso un rito in cui le donne attendevano, immerse nell’oscurità, l’arrivo della luce-candela portata dagli uomini con cui veniva acceso il fuoco, per poi festeggiare tutti insieme la luce intorno al fuoco.Yule, o Farlas, è insieme festa di morte, trasformazione e rinascita. Il Re Oscuro, il Vecchio Sole, muore e si trasforma nel Sole Bambino che rinasce dall’utero della Dea: all’alba la Grande Madre Terra da alla luce il Sole Dio. La Dea è la vita dentro la morte, perchè anche se ora è regina del gelo e dell’oscurità mette al mondo il Figlio della Promessa, il Sole suo amante, che la rifeconderà riportando calore e luce al suo regno. Anche se i più freddi giorni dell’inverno ancora devono venire, sappiamo che con la rinascita del sole la primavera ritorna.

La pianta sacra del Solstizio d’Inverno è il vischio;, pianta simbolo della vita in quanto le sue bacche bianche e traslucide somigliano allo sperma maschile. Il vischio, pianta sacra ai druidi, era considerata una pianta discesa dal cielo, figlia del fulmine, e quindi emanazione divina. Equiparato alla vita attraverso la sua somiglianza allo sperma, ed unito alla quercia, il sacro albero dell’ eternitá, questa pianta partecipa sia del simbolismo dell’eternitá che di quello dell’istante, simbolo di rigenerazione ma anche d’immortalitá. Ancora oggi baciarsi sotto il vischio è un gesto propiziatorio di fortuna e la prima persona a entrare in casa dopo Farlas deve portare con se' un ramo di vischio. Queste usanze solstiziali sono state trasferite al gennaio, il Capodanno dell’;attuale calendario civile.