“Cere perse”


“Memini ergo sum”, mi piace ripetere. Cioè: io sono perché ricordo. Il mio presente, questo infinitesimo battere d’attimo, non è che la somma e l’urgenza di tutti gli anni che ho dietro di me, il provvisorio riassunto di tutti gli attimi che lo hanno preceduto e nutrito, ai quali corre ad aggiungersi, mentre lo nomino, diventando a sua volta passato da presente che era.
Dunque è nel passato che mi certifico e mi battezzo, identità e memoria fanno tutt’uno. Stravolgete la mia memoria e avrete altresì contraffatto la mia identità; smemoratemi o raddoppiate la mia memoria e io non saprò più chi sono o crederò di essere un altro, o crederò d’esser due […]».
Gesualdo Bufalino

 

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Early Autumn-yellow letters


Se qualcuno mi avesse detto che le cose finiscono avrei cercato di godermele di più, invece di passare il tempo che mi restava a temere che finissero o che andassero male, invece di passare il tempo che mi restava con la testa altrove, lo sguardo distratto. Avrei voluto vedermi crescere, per esempio, conservare una memoria precisa di tutto quello che mi ha lasciato un segno, e invece mi succede come con i lividi, me li trovo addosso e non ricordo come me li sono procurati. Sono stata goffa, nella vita, sbattendo contro tutti gli spigoli, dimenticando di abbassare la testa quando la vita diventava bassa e prendendomela dritta in fronte, inciampando nei solchi scavati dai passi di tutti quelli che ci erano passati prima di me.
Ho sempre fatto in modo di non lasciare spazio tra le cose che stavano finendo e quelle sul punto di iniziare, accavallando lutti e gioie e finendo per renderli indistinguibili; ne ho osservate certe altre scivolarmi via lontano senza neanche un tentativo di rincorrerle, afferrarle, per pigrizia o per certezza che sarebbero tornate – qualche volta è andata bene e ho finito per convincermi che bene fosse giusto ma le cose che ritornano più spesso sono quelle non risolte – se ne vanno per tornare perché muovono se stesse all’interno di un percorso che ha una forma circolare che i più saggi chiamerebbero viziosa.
Se qualcuno mi avesse detto che le cose finiscono avrei cercato di fermarle in qualche modo, di fissarle sulla carta per poterle quantomeno ricordare rileggendo, per poterle, rileggendole, imparare a non rifare certi errori – avrei imparato a godermeli, i finali, quelli netti, avrei imparato ad evitare quelli ambigui non lasciando troppo spazio alla speranza che è un vestito che pensavo andasse bene in quasi tutte le occasioni e invece a volte è solo sciocca, le dovrei cambiare nome ed usare per chiamarla altre parole, accanimento, masochismo, qualche volta una cosa che somiglia a quell’insieme di fiducia e di credenze e pregiudizi che chiamiamo religione – in cosa credi? Credo in noi, ti avrei risposto, ci ho creduto ciecamente, senza prove né scommesse o tanto meno esperimenti ma basandomi soltanto sulla cruda sensazione che mi davano i tuoi baci – in cosa credi? Avessi voglia di risponderti, direi, adesso, taci, ti ho già dato tutte le ultime occasioni per riprendermi dal punto in cui ogni volta mi hai lasciato, ti ho già dato tutte le ultime risposte che dovevo, ti ho già dato ciò che non ti meritavi ed in cambio, cosa ho avuto? La paura di ferirmi un’altra volta, la paura che non solo non esista proprio niente che non abbia una sua fine naturale ma anche esistono persone nate – artificialmente – a farmi male, a questo scopo, la paura che per troppi farmi nascere un sorriso e poi strapparlo dalla bocca non sia altro che un bel gioco, il timore di scottarmi senza fuoco, la certezza che non basti la parola, che sia detta oppure scritta sopra un foglio a salvarmi dall’imbroglio, la certezza che ogni storia sia una fola e che basti una folata nella giusta direzione a portare tutto quanto a innaturale conclusione.