Domenico Esposito Mito@


Io credo che le persone bisogna conoscerle più da vicino prima di descriverle in un certo modo. Bisogna conoscerle in ogni ambiente, in ogni situazione, perché ognuno di noi cambia atteggiamento in base al luogo, alla situazione o la gente in mezzo a cui si trova o anche in base all’età e soprattutto in base all’umore, così come i camaleonti cambiano colore in base all’oggetto su cui si trovano. Non possiamo dire che una persona è chiusa di carattere solo perché con noi non si apre, e di conseguenza, proprio per il fatto che non si apre con noi, mai potremo dire di conoscerla bene. D’altronde, nessuno di noi conosce fino in fondo il suo prossimo, neanche i migliori amici si conoscono bene tra di loro. Neanche un genitore conosce bene il proprio figlio, e non sa mai cosa esattamente gli frulla per la testa. Perché infondo nessuno di noi conosce bene neanche se stesso. Quindi se non conosciamo bene noi stessi come pretendiamo di conoscere bene gli altri?

Castelli di rabbia@


Perché c’era qualcosa, tra quei due, qualcosa che in verità doveva essere un segreto, o qualcosa di simile. Così era difficile capire ciò che si dicevano e come vivevano, e com’erano. Ci si sarebbe potuti sfarinare il cervello a cercar di dare un senso a certi loro gesti. E ci si poteva chiedere perché per anni e anni. L’unica cosa che spesso risultava evidente, anzi quasi sempre, e forse per sempre, l’unica cosa era che in quel che facevano e in quello che dicevano e in quello che erano c’era qualcosa – per così dire – di bello. Non ci si capiva quasi niente, ma almeno quello lo si capiva.

 

Il danno.


Devo togliermi dalle tue mani, ritornare in possesso di me stessa. Sono stata un dono fatale. Sono stata il dono del dolore che cercavi tanto ansiosamente, la massima ricompensa del piacere. Benché avvinti in un selvaggio minuetto, ci siamo librati nello spazio, liberamente, chiunque e qualunque cosa fossimo, o fossimo destinati a essere. Come creature venute da un altro pianeta perduto. Tu avevi bisogno del dolore. Era il mio dolore che agognavi. Ma anche se adesso non ci credi, la tua fame è saziata in pieno. Ricorda, ora hai il tuo dolore. Sarà “tutto, sempre”. Anche se tu mi trovassi, io non ci sarei. Non cercare una cosa che hai già. Anche le ore e i giorni che ci sono stati concessi, e che ora sono finiti per sempre, sono “tutto. Sempre.” 

Josephine Hart.

 

 

 

Chiedo scusa


Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità. 
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio. 
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia. 
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria. 
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere. 

Wislawa Szymborska.

 

 

 

 

Una storia di amore e di tenebra.


Era fine dicembre del ‘38, e da allora non sono mai più uscita dalla terra d’Israele, a parte forse con i pensieri. E ormai non ne uscirò mai più. E non perché la terra d’Israele sia così meravigliosa, sia chissà che cosa, ma perché ormai penso che ogni viaggio non sia che una grande insulsaggine: l’unico viaggio da cui non si torna mai a mani vuote è quello dentro noi stessi. Dentro non ci sono confini né dazi, si può arrivare fino alle stelle più remote. O visitare posti che non ci sono più, andare a trovare persone scomparse. Persino entrare in luoghi che non sono mai esistiti, e forse non potrebbero esistere, ma lì sto bene. O almeno, non male. E tu? 

Amos Oz*