L’ipocrisia della Giornata contro la violenza sulle donne. E quegli uomini mancati


Finché esisterà una giornata contro la violenza sulle donne, significherà che l’uomo non avrà ancora imparato ad essere degno di tale nome. Ma soprattutto, e questa è la circostanza più grave, ci si potrà nascondere all’ombra della ricorrenza, per poi non parlarne più. Accade lo stesso con le giornale in memoria delle vittime di mafia: si ricordano in una celebrazione unica e poi nulla più. Idem per le vittime del terrorismo, del lavoro, ecc…: passata la celebrazione, il rito, il dichiarazionismo, ci si è puliti la coscienza, ci si illude di aver fatto abbastanza.

E invece no. Perché la disparità tra i sessi inizia proprio da queste ricorrenze ad uso e consumo della coscienza da ripulire. Per l’uomo in generale, per le istituzioni che non sensibilizzano, per i mariti maneschi. Perché non esiste una festa “dell’uomo” ma quella della donna sì, non esiste una giornata per gli “uomini uccisi”, per le donne sì. Salvo poi parlare di questo dramma una tantum, un giorno all’anno o poco più.

E allora converrebbe abolire la “Giornata” e scendere sul campo, fare una cultura della convivenza e della non-violenza fin nelle scuole, fin da quando si è bambini, proprio come si fa per le storie delle vittime di mafia e del terrorismo: insegniamo ai nostri figli ad essere nel futuro dei bravi mariti. Perché capiscano che un uomo che picchia o uccide un donna è un vigliacco. E non lo è un giorno all’anno ma per sempre. Né lo Stato e le istituzioni devono ricordarsene un giorno all’anno.

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L’amore sa “travestirsi” in mille modi.


L’amore sa “travestirsi” in mille modi: può celarsi nell’orgoglio; confondersi nel dolore; camuffare la sua voce, fra parole di rabbia e di rancore, forse solo per l’umana necessità di trovare uno sbocco al bruciante dolore che soffoca l’anima. Ma il suo volto non muta, neppure al mutare delle situazioni. Gli occhi dell’amore non potranno mai avere lo sguardo dell’odio, né le sue mani potranno mai macchiarsi d’una crudele vendetta.

 Barbara Brussa 
 

Miti e Leggende dello Stretto – La città perduta di Risa


Questa è la  leggenda molto diffusa  che Capo Peloro custodisca sotto le fangose acque dei suoi pantani una antica città sommersa.

Secondo il mito, prima che il lago di Ganzirri (chiddu ranni per dirla alla messinese) si formasse, il suo posto era occupato da una sfavillante cittadina dalle bianche mura in pietra e delle incredibili costruzioni architettoniche. Il centro era estremamente fecondo, crocevia di scambi commerciali e culturali tra le popolazione indigene della Sicilia pre-ellenica. Un fortissimo sisma però distrusse Risa ed uccise tutti i suoi abitanti, facendo sprofondare la città per parecchi metri sotto terra e lasciando al suo posto una desolante fossato. Nel corso degli anni, la depressione del terreno fu riempita dall’acqua piovana e da altri agenti naturali, fino alla formazione del lago di Ganzirri.

Secondo i racconti dei pescatori della zona, in alcune notti sarebbe possibile udire ancora i dolci rintocchi della campana della chiesa di Risa, le cui rovine giacerebbero sul fondo del lago. Nonostante la torre del tempio sia stata rasa al suolo dal terremoto, la campana suonerebbe ancora per avvertire i pescatori dell’arrivo di una forte burrasca. In molti dicono che “si sona a campana i Rrisa e megghiu non pigghiari pi fora”. Le persone più anziane di Ganzirri inoltre, sostengono con ferma convinzione che basterebbe immergersi nei luoghi più profondi dello specchio d’acqua per riuscire a sfiorare le candide pietre che un tempo costituivano le mura di questa “Atlantide peloritana”. Ma il racconto non ferma certo qui. I più informati ne riportano la continuazione, sottolineando come la magica città sommersa sarebbe abitata da un leggendario personaggio molto legato alla città, la Fata Morgana.

La bellissima incantatrice  nelle notti di luna piena sorgerebbe dalle acque del lago per cercare una storia d’amore e di dolore da raccontare alle sue accolite, che dimorerebbero con lei a Risa. Una racconto capace di farci sognare ancora ad occhi aperti ..

Web*

Lago di Ganzirri (Messina)

 Due canali lo collegano al mare e un altro lo unisce al pantano piccolo di Torre Faro; la loro costruzione risale al 1807 per opera di Ferdinando I.

Miti e Leggende dello Stretto – Dina e Clarenza


MESSINA: TERRA DEL MITO

Messina è una delle città che vantano un gran numero di miti e leggende legati alla sua storia millenaria. La prima di cui voglio parlare ci riporta agli albori dello spirito di libertà della Sicilia:

DINA e CLARENZA

Queste due coraggiose eroine messinesi, di cui la storia riporta solamente il nome, che, durante i Vespri Siciliani (la rivolta della Sicilia contro l’occupante angioino) nel 1282, diedero un enorme contributo alla sconfitta delle truppe francesi, salvando la città di Messina dal nemico angioino nella battaglia del Colle della Capperina. Dina e Clarenza, infatti, contrastarono l’attacco alla città da parte delle truppe di Carlo d’Angiò, lottando eroicamente per la difesa della città e dell’isola; l’una lanciando grossi sassi sui nemici e l’altra suonando le campane del Duomo per richiamare le truppe messinesi, guidate da Alaimo di Lentini, dall’imminente attacco. Era la notte dell’ 8 agosto, la città era libera! Messina, per ricordare le due donne, da allora simbolo del coraggio e dell’attaccamento di noi messinesi alla nostra città, le ha rappresentate sul prospetto nord del Palazzo Zanca (il Municipio) e sul campanile del Duomo, dove potete ammirarle nell’atto di suonare le campane.

 

 

 

Miti e Leggende dello Stretto. Peloro


Peloro era la personificazione del promontorio di Messina oggi detto Capo del Faro. Vi si ammirava da lontano un tumulo di tale Dio o meglio una statua che si elevava in alto e serviva da segnale ai naviganti.

Peloro era il pilota della nave di Annibale il quale, ritenendosi ingannato poiché viaggiando verso lo Stretto provenendo da Occidente, non vide alcun passaggio, apparendo unite le coste di Sicilia e Calabria, fece uccidere il suo pilota, ma dopo poco si accorse che il passaggio in realtà esisteva veramente, come assicurava sino alla morte il povero Peloro. Annibale per immortalare il fedele pilota, ingiustamente ucciso, gli intitolò l’estremo capo dell’Isola. Questa leggenda tramandata da vari autori, diviene però insostenibile se si tiene conto che già nel VI secolo a.C., quindi circa 300 anni prima della venuta di Annibale in Sicilia, esisteva e si praticava diffusamente il culto alla ninfa Pelorias nella città di Messina.

 

La leggenda di Lupo Solitario


Si narra che molte lune or sono nella tribù del popolo degli uomini, che voi bianchi battezzaste con il nome di Sioux, vivesse una principessa così bella e radiosa e che ogni mattina al suo risveglio ella trovasse una rosa nel suo Tepee proprio accanto al suo viso. Ella era molto corteggiata ed i più giovani e forti guerrieri della tribù facevano a gara per portare a suo padre Orso Saggio i più bei cavalli e le armi più decorate come voleva l’uso per chiedere la mano della principessa. E da tutte le tribù vicine ella era conosciuta ed amata e sarebbe stato fortunato colui che avesse avuto il suo cuore. Alba Radiosa , questo era il nome che la tribù le aveva dato per la sua solarità, viveva gaia e felice quindi in attesa di scegliere il suo compagno come era in uso nella tribù. Poco distante dall’accampamento, ai limiti della foresta, viveva in una modesta capanna un guerriero di nome Lupo Solitario, egli non era bello e nemmeno più giovane ma il suo cuore batteva per Alba Radiosa e batteva così forte che, quando vedeva la principessa, sembrava che i tamburi di guerra tuonassero all’unisono! Ed era lui che ogni notte sfidava le ire di Orso Saggio per posare la rosa accanto alla principessa. Una notte però calda e afosa la principessa si svegliò proprio mentre lui poneva la rosa accanto a lei. Lei gridò, Orso Saggio si destò e colpì col suo coltello Lupo Solitario al cuore. Ma la madre terra dea dei Sioux ebbe pietà di Lupo e lo tramutò in una costellazione, la Costellazione del Lupo. E se guardi a destra dell’Orsa Minore la vedrai e se ascolterai bene udrai anche un ululato lontano nella foresta al limitare dell’accampamento della tribù degli uomini è il lamento di Lupo Solitario per il suo amore mai realizzato.

leggenda indiana
 

Sono venuto al mondo .


Sono venuto al mondo con la pelle color bronzo.Molti miei amici sono nati con la pelle gialla, nera o bianca.Ci sono fiori dai colori diversi ed ognuno di essi è bello. Io spero che i miei figli vivano in un mondo, in cui tutti gli uomini,di ogni colore, vadano d’accordo e lavorino insieme,senza che la maggioranza cerchi di uniformare gli altri al proprio volere.