Lettere a Diego Rivera.


Sono le quattro e trenta del mattino. 
La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me. Nel sonno mi sentiresti vicina e senza risvegliarti le tue braccia mi stringerebbero. La mia notte non porta consiglio. La mia notte pensa a te, come un sogno a occhi aperti.

Frida Kahlo*

 

 

 

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L’intruso.


Quel mattino vedevo me stesso chiuso nel vetro, non più prigioniero di muri o di sbarre, ma isolato nel vuoto, un vuoto freddo, che il mondo ignorava. Quest’era la pena vera: che il mondo escludesse il recluso. Non tanto di uscire anelavo, quanto che entrasse il mondo nel mio vuoto e lo colorasse, lo scaldasse con gesti e parole. Leggere non bastava, diceva giusto il mio compagno; occorreva che almeno, nel mondo, pensassero a me, me ne dessero i segni, e non tutto svanisse in quell’atroce, innaturale immobilità.

Cesare Pavese.

 

 

 

Alla Ricerca del Tempo Perduto.


I legami fra una persone e noi esistono solamente nel pensiero. La memoria, nell’affievolirsi, li allenta; e, nonostante l’illusione di cui vorremmo essere le vittime, e con la quale, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri, noi viviamo soli. 
L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in sé medesimo, e che, se dice il contrario, mentisce. 

Marcel Proust.

 

 

 

 

Falli soffrire. Gli uomini preferiscono le stronze*


“Ogni donna si è sentita in imbarazzo perché è apparsa troppo dipendente di fronte a un uomo. Ogni donna è stata corteggiata da un uomo, che poi ha perso interesse nell’attimo stesso in cui lei si è concessa. Ogni donna sa che cosa si prova a essere data per scontata. Questi problemi sono comuni alla maggior parte delle donne, single e sposate. Allora perché gli uomini amano le stronze?”

Sherry Argov* 

 

 

“Cose che nessuno sa”


“Ma io ti amo.”
“Non è vero. Tu sei fermo, e amare è un’altra cosa: è un verbo, un’azione. Non è guardare un film su Paesi lontani, ma andarci davvero, in due: valigie, fusi orari, attese, moltiplicati per due.
Asciugamani, spazzolini, letti, moltiplicati per due.
Caffè, lacrime, sorrisi, moltiplicati per due. Tutto è raddoppiato. Mentre le fatiche vissute insieme, condivise fianco a fianco, mano nella mano, diventano di uno.”

 Alessandro. D’Avenia  

 

 

“TANGO ALLA FINE DEL MONDO”


TI AMERÒ FINO ALLA FINE DEL MONDO
Michele s’infilò nel fienile dall’architettura decaduta di una chiesa sconsacrata. Una zaffata di fieno umido e di letame gli penetrò nelle narici. Era l’afrore intimo e dolciastro della natura che partorisce incessante, al chiuso e in segreto, sterpaglie, insetti e germi invisibili: il sapore dolcissimo, eterno, che mantengono nella memoria i fichi più squisiti della giovinezza, abbandonati a macerarsi al sole, assaggiati e mai goduti fino in fondo. 
«Blanca?» Sprazzi di luce filtravano dalle tegole. «Dove ti sei nascosta?» Si affacciò sul piano di carico di un carro, ma conteneva solo un poncho smangiucchiato dai topi. Un tonfo lo fece trasalire: «Sei tu?». 
Il fienile proseguiva con un angolo a elle. Michele entrò nel secondo stanzone.
Scoprì nella paglia una lunga scala d’appoggio, vittima del colpo di prima. Alzò gli occhi al soppalco. Un altro lampo da fine del mondo denunciò l’ombra del corpo femminile alla parete. Si era nascosta lassù, dietro un covone di fieno. 
I pioli della scala gemettero sotto gli stivali. Michele si arrestava a ogni passo, non riusciva a distinguere se fosse un lamento del legno marcio o un sussulto della señora, irraggiungibile per un emigrante e ora così violabile, piolo dopo piolo, mentre il suo desiderio si elevava in un silenzio di chiesa. Lei si erse in piedi ad attenderlo. Nessuno dei due rideva più. 
Fu sovrastato dal corpo di donna. Si soffermò sulle caviglie, bianche, fragili, perfette, che lo commossero per la loro grazia. Gli parve inaudito che potessero sostenere le lunghe gambe raffinate, le cosce tornite sotto la gonna rosa antico. Afferrò le caviglie con uno scatto. «Ah!» reagì Blanca in trappola. Stringendole quasi fossero l’impugnatura della scala, salì l’ultimo piolo. 
La gonna volò dal soppalco, si posò sulla paglia e il fango. I pantaloni caddero sul lago rosa della gonna. Anche i vestiti si accoppiarono sotto la pioggia che sgocciolava dalle tegole rotte. 
Nessuno dei due aveva mai fatto l’amore con tanta estenuante lentezza. Era come se avessero paura di rompersi. Il tango, che dalla prima notte al Bandoneón non aveva mai smesso di risuonare nei loro corpi disgiunti, poté vibrare in tutte le carezze con cui si riconobbero, confermandosi di essere venuti al mondo l’uno per la gioia dell’altra. I sogni di Blanca erano popolati di uomini. Michele ignorava che fosse stata educata da rigide monache. Le avevano insegnato a sopportare cristianamente i doveri coniugali. Per la prima volta quegli indistinti nudi maschili evasero dalle sue segrete fantasie e si materializzarono, liberati. Lei godette da ciascuna di quelle anime incarnate. Lo toccava e le sembravano in dieci. Arrendersi a tutti moltiplicò il suo piacere allo spasimo. 
La lingua di Michele la fece gemere. Serrò il suo volto fra le cosce, inarcò il bacino, offrì in dono il proprio nettare alla maschilità assetata. Lui la bevve. Con le labbra che non stavano mai ferme, solcò il monte di Venere, il ventre teso, i seni. Quel corpo era la sua Isola delle Femmine in Sudamerica. Più di una donna, un’avventura. La vissero senza sapere dove i loro corpi li avrebbero portati. La bocca di Blanca avvolse il membro. Fu eccitata e fiera del potere di ingigantirlo (di ingigantirli tutti) conoscendolo nella sua estensione e inghiottendolo fino a sentire il rigonfiamento delle sue soffici radici. Al culmine del desiderio si lasciò attraversare da lui, possedendolo a propria volta. È l’amore, feroce come sanno renderlo i grandi amanti, ancora presente in quel fienile insieme a tutte le cose che ci sopravvivono. I loro discorsi fluttuano sull’afrore dei fichi spezzati e delle mele appena sbocconcellate, furono e sono sempre parte della natura che partorisce, nell’ombra, sterpaglie, germi, gocce di vita e il patto eterno di due esseri speciali.

DIEGO CUGIA 

 

“Afrodita”


I cinquant’anni sono come l’ultima ora del pomeriggio, quando il sole tramontato
ci dispone spontaneamente alla riflessione.
Nel mio caso, tuttavia, il crepuscolo mi induce al peccato. Forse per questo, arrivata alla cinquantina, medito sul mio rapporto con il cibo e l’erotismo, le debolezze della carne,
che più mi tentano, anche se, a ben guardare, non sono quelle che più ho praticato.

ISABEL ALLENDE*

 

Dopo di me….


Dopo di me non sarà più la stessa cosa, fidati.
Non ho nessuna pretesa.
Non ho nessuna particolarità. Gli occhi sono marroni, non ho mai la risposta giusta al momento giusto, i miei capelli sono insignificanti.
Dopo di me, però, non sarà più la stessa cosa per te.
Come faccio ad esserne certa?
Ti sei guardato in giro?
Di persone che amano come me ce ne sono rimaste poche, e di questo sono sicura.
Non mi innamoro allo scoccare di ogni mezzanotte di sabati sera alcolici.
Non mi innamoro mai, tranne una volta.
Ti parlo, ti parlo tanto.
Ti ascolto, ti ascolto tanto.
Faccio l’amore piangendo e ridendo insieme. Forte, fortissimo.
Lecco le tue dita e arrossisco.
Penso a una serata tutta per noi e mi pervade quel senso di felicità che non mi apparteneva da molti anni, da quando ero piccola e mio padre e mia madre si baciavano davanti a me.
Mi sforzo di capirti.
Sono la tua amica con la gonna troppo corta per non provare un brivido.
Ti faccio impazzire.
Forse non mi ami ma io so di averti fatto impazzire.
Con tutti i miei capricci, i miei sensi di colpa, le mie voglie, le mie perversioni, i miei occhi simili a tanti altri occhi ma così spesso languidi da volerci nuotare dentro.
Tu sei pazzo di me.
Adesso puoi anche andartene, e lo farai, eccome se lo farai, perché lo so che quelle come me fanno paura, eccome se ne fanno.
Vattene, tanto mi sognerai per sempre.
Tra vent’anni, una sera, ti ecciterai ancora pensando alla mia schiena nuda.
Per te non sarà più la stessa cosa, dopo di me.
Magari non mi ami, ma questo non vuol dire niente.
Trovami una che ti guarda negli occhi come ti ci guardo io.
E se la trovi mandala via, perché non sono io.
Pentiti tra qualche mese e sappi che quelle come me amano così tanto da non essere capaci di perdonare.

Susanna Casciani*

 

 

Il mio sguardo è nitido come un girasole.


Il mio sguardo è nitido come un girasole.
Ho l’abitudine di camminare per le strade
guardando a destra e a sinistra
e talvolta guardando dietro di me.

E ciò che vedo a ogni momento
è ciò che non avevo mai visto prima,
e so accorgermene molto bene.

So avere lo stupore essenziale
che avrebbe un bambino se, nel nascere,
si accorgesse che è nato davvero…

Mi sento nascere a ogni momento
per l’eterna novità del Mondo…

Credo al mondo come a una margherita,
perché lo vedo. Ma non penso ad esso,
perché pensare è non capire.

Il Mondo non si è fatto perché noi pensiamo a lui,
(pensare è un’infermità degli occhi)
ma per guardarlo ed essere in armonia con esso…

Io non ho filosofia: ho sensi.
Se parlo della Natura, non è perché sappia ciò che è,
ma perché l’amo, e l’amo per questo
perché chi ama non sa mai quello che ama,
né sa perché ama, né cosa sia amare…

Amare è l’eterna innocenza,
e l’unica innocenza è non pensare.

Fernando Pessoa*