Quando nacque il mio dolore@


Quando nacque il mio dolore, ebbi subito per lui ogni cura,
e lo vegliai con amorosa tenerezza.
E il mio dolore crebbe come tutte le cose viventi, forte, bello,
fornito d’ogni incanto…..
E quando camminavamo insieme, il mio dolore ed io, la gente
ci rivolgeva sguardi cortesi e mormorava parole di estrema dol-
cezza. E c’erano quelli che guardavano a noi con invidia, poiché
il dolore era così dignitoso e nobile, ed io ero fiero di essere con
lui
Ma il mio dolore morì, come tutto ciò e e vivente, e io sono 
rimasto solo a riflettere e a meditare.
E ora quando parlo, le mie parole cadono pesanti alle mie 
orecchie.
E quando canto i miei canti, i vicini non vengono più ad
ascoltarli.
E quando cammino lungo le strade, nessuno sta a guardarmi.
Solo nel sonno odo voci che compassionevoli mi dicono:
«Guardate, qui giace l’uomo il cui dolore è morto».

Kahlil Gibran*

 

Claudio Cassani


Tanti anni fa ho conosciuto una donna, non l’avevo mai vista prima di allora e nemmeno lei, ma lei già mi amava di un amore infinito… incondizionato… non importava se fossi bello o brutto… simpatico o antipatico… affabile o lunatico… amava e basta… soffriva quando io soffrivo, era felice quando io ero felice non le importava nulla di se stessa perché io venivo prima di tutto, un’unica anima in due corpi… mi ci volle qualche anno per capire chi fosse questa donna che ancora ad oggi non mi ha mai tradito e mai ha smesso di amarmi come il primo giorno che venni al mondo… Il mondo sarebbe migliore se tutti amassimo come una madre ama il proprio figlio… sinceramente…

 

 

Miti e leggende dello Stretto . Scilla e Cariddi@


Tra i miti più popolari sono Scilla e Cariddi, situate nello Stretto, cioè sul punto di passaggio obbligato degli antichi naviganti, che dalla Grecia volevano fare vela per Cuma.

Nell’Odissea di Omero troviamo la prima descrizione di essi:

Scilla è un mostro atroce e spaventevole, che abbaia e ringhia orribilmente, localizzata su uno scoglio di una rupe alta cento metri nella punta calabra. E’ munito di 12 piedi e di 6 colli smisurati, portanti ciascuno una testa mostruosa guarnita da un triplice giro di denti acuminati. Tale mostro, antropofago, abita una oscura caverna da cui sporge la testa cercando avidamente la preda. Fra le grinfie del mostro periscono 6 compagni di Ulisse.

Scilla, in greco Skylla, deriva dal fenicio “sol” cioè pericolo, o dalla radice greca “skul” con significato di cane o anche di squalo, e il verbo “depredare”. I cani urlanti nella cintura ricordano lo strepito particolare prodotto dalle onde che di continuo s’infrangono sotto le rupi cave.

Cariddi, ad un sol trar d’arco di Scilla, come dice Omero, è l’altro orribile mostro che tre volte inghiotte le acque del mare e tre volte le rigetta con muggiti, posta sotto il Promontorio Peloro.

Cariddi, dal greco per “vortice”, o anche dal semitico “Khar” per “foro”, “voragine”, sarebbe espressione derivata in tal caso dai navigatori fenici.  Avendo rubato i buoi ad Ercole, Cariddi per punizione fu da Giove trasformata in quel pericoloso gorgo dello Stretto di Messina, apertosi dalla saetta scagliata dal Nume. Nella leggenda omerica, le acque che inghiotte e rigetta sono il ricordo evidente dell’effetto ivi prodotto dal flusso e riflusso di marea. Cariddi si identifica col “garofalo”(in dialetto “galoffuru”), gorgo che si forma fra Capo Faro e Punta Sottile dall’incontro di correnti contrarie, corrispondendo perfettamente alla descrizione omerica che paragona quel mare ad una marmitta in ebollizione. Questo flusso e riflusso sarà altresì evidenziato da Dante nella “Divina Commedia”:   Come fa l’onda là sopra Cariddi che si frange con quella in cui s’attoppa.

Negli scrittori greci posteriori ad Omero ed in quelli latini, si nota una spiccata tendenza a rendere più umana la fiera implacabile di Scilla.

Virgilio, infatti, ci presenta Scilla con sembianze umane e forme di leggiadra donzella fino alla vita. Al di sotto, è orribilmente innestato un ventre di lupo ed una coda di delfino (fontana Nettuno del Montorsoli).

Ovidio la immagina come affascinante fanciulla col ventre ed i fianchi cinti di cani latranti.

Gli antichi poeti hanno anche intessuto, intorno al mito di Scilla, una triste vicenda d’amore soggetta a diverse interpretazioni. Pausania, infatti, narra che Scilla fu la perfida figlia di Niso, re di Megara. Essa facilitò la conquista straniera di terre soggette alla maestà paterna. Ma il vincitore non solo disdegnò di sposarla, ma la abbandonò alle acque del mare, che portarono il bellissimo corpo esanime ai piedi del promontorio della costa bruzia, cui fu dato il nome della fanciulla.

Per Ovidio, Scilla, la più bella fra le ninfe, custode del mar Tirreno, allieta i lidi col suono delicato della sua cetra. Per essa è pazzo d’amore Glauco, il giovane dio marino. Ma la ninfa schernendosi di tanta passione respinge le profferte dell’infelice amante. Il giovane allora si rivolge a Circe, perché con le sue magie incateni il cuore dell’amata. Circe, gelosa innamorata di Glauco, si serve invece dei suoi misteriosi filtri per eliminare la rivale e con una pozione avvelena le acque in cui la fanciulla è solita bagnare le sue delicate membra. Quando Scilla, cinta di cerulea veste, si tuffa nell’acqua, le sue forme gentili si contraggono orribilmente, e la ninfa prende l’aspetto di un mostro spietato con la coda biforcuta e le 6 bocche voraci.

Scilla ci appare, fin dai tempi omerici, in relazione col cane. Col cane accanto la troviamo rappresentata nelle monete di Turio, di Eraclea, di Taranto ed Ipponio.

Strabone vede in Scilla e Cariddi due covi di pirati e gli orrendi latrati, che tanti timori avevano suscitato nell’animo dei naviganti antichi, egli pensa che siano le onde, che fragorosamente si infrangono contro l’erta scogliera.

Con la creazione di questi favolosi miti, la fantasia greca non aveva fatto altro che circondare di arcano mistero i pericoli che realmente esistevano nello Stretto.

Il grande timore di coloro che affrontavano la perigliosa navigazione dello Stretto nell’antichità, possiamo dedurlo da un’iscrizione, posta da un marinaio, che nel cimento della vita aveva fatto voti a Nettuno:

Neptuno, sacrum votum in Siculo freet: 

  • susceptum, solvit.

web*

 

Anni 50.- La Pasqua


Si  era ragazzi , si era tanto ragazzi di una gioventù fatta di allegra spensieratezza.  Gli anni cinquanta, un periodo che usciva, con la ricostruzione del paese,  dai dolori del secondo conflitto mondiale; anche se permanevano le incertezze di una guerra fredda, che però tutto sommato, a noi immersi nel sole di Sicilia, ci appariva incoscientemente  tanto lontana. Si andava al cinema alla domenica, il giovedì la televisione in bianco e nero la faceva da padrone nelle case diffondendo il “Lascia o raddoppia”di Mike Bongiorno e ancora si sentiva nell’aria l’eco delle canzoni di Sanremo… e poi c’era anche la scuola.A quel tempo, nella settimana santa, ciò che si sentiva di diverso, rispetto ai giorni d’oggi,  era l’atmosfera che si respirava: era come se il tutto partecipasse  al pathos religioso della Passione, per esplodere infine nella gioia della Resurrezione di Nostro Signore

Oggigiorno, anche se le feste  sono le stesse di un tempo, con la crisi che imperversa, c’è una insopportabile  incertezza per il futuro, condita dal profluvio di immagini televisive, fatte di delitti insoluti, processi infiniti e chiassose  inconcludenti dispute televisive per la conquista del potere: l’evento  religioso,   purtroppo, per i più, è diventato una pura formalità consumistica,anche se la venuta del nuovo Papa fa ben sperare. Allora s’iniziava con la Domenica, quando abilissimi artigiani intrecciavano e vendevano le tenere foglie delle palme, con un colore di un bel giallo insolito, fatte con un procedimento che per me è rimasto sempre un mistero. E  tutti a farsi benedire le palme, oppure i rametti di olivo, che se non erano benedette, non servivano a niente; e poi  tornati a casa , si levavano dalle immagini sacre quelle dell’anno precedente e si sostituivano con quelle nuove: le vecchie palme rinsecchite venivano bruciate  e le loro ceneri erano  sparpagliate  nei quattro angoli della casa.

Passata la domenica, si entrava nella Settimana di Passione, e via via che passavano i giorni l’atmosfera si ingrigiva e culminava nei giorni del giovedì, giornata dedicata ai sepolcri  e nel venerdì, giornata dedicata alla Via Crucis.

Il giovedì ogni chiesa addobbava l’altare  con una fantasmagorica quantità di colori. Quello che colpiva in particolare erano dei piatti preparati dalle famiglie con del grano o dell’orzo, fatto germogliare al buio, sicché la colorazione assunta era di un colore giallo paglierino.  La partecipazione all’addobbo di un altare era tanta, e fra le famiglie nasceva una certa concorrenza, nella preparazione di questi piatti, che spesso prendevano forme artisticamente richiamanti simboli della religione cristiana . Poi il pomeriggio, fino a sera inoltrata,  si faceva Il famoso “giro dei sepolcri”: se ne dovevano visitare un numero dispari; serviva anche a stabilire un confronto, fra i fedeli delle varie parrocchie, almeno quella era la tradizione.

Non  ricordo che la giornata del venerdì ci fosse mai stato il sole, anche se si era quasi  all’inizio della primavera; come se anche il tempo con la sua cappa grigia volesse partecipare al dolore per la morte di Gesù. In tutte le chiese si ricoprivano le immagini sacre con dei teli di color viola; le campane  venivano legate, perché non suonassero; la città  era avvolta in una cappa irreale, dove l’unico rumore a volte percepito, a mezzogiorno,era quello della troccola, che produceva un ligneo suono cadenzato, dolente colonna sonora di quei giorni silenziosi.

Anche noi ragazzi partecipavamo all’atmosfera  generale:  si parlava a bassa voce, non si cantava, non si ascoltavano  canzonette alla radio, non si giocava a carte e poi al pomeriggio del venerdì si andava a vedere le varette  o barette che uscivano dalla chiesa di via 24 maggio. Era una processione lunghissima,che si apriva con l’Ultima Cena. Seguivano  le rappresentazioni, molto ben modellate, delle varie stazioni della Via Crucis. Di solito, era molto suggestiva vederle sfilare dopo l’imbrunire, quando si accendevano i lumi che conferivano alle varette una sorta di alta drammaticità.

Intanto parallelamente ferveva l’attività di preparazione  delle cuddure pasquali, mentre le dolcerie  approntavano gli agnelli pasquali fatti di pasta reale. I più semplici erano vuoti, quelli più costosi ripieni di frutta candita in zucchero fuso: il torrone gelato: rivincita sull’amaro periodo quaresimale. L’agnello era infilzato da un immancabile labaro e decorato da fiorellini di carta multicolore.

Le massaie come si diceva preparavano le cuddure fatte di pasta frolla dolce; la forma più eseguita era il panareddu con dentro un uovo  sodo. La disputa era di solito se l’uovo dovesse essere messo con la buccia oppure senza , ricoprendolo di pasta. La prima scuola di pensiero era seguita dagli igienisti ad oltranza, in contrapposizione con chi non voleva sacrificare nemmeno un pezzetto di pasta, che di solito restava attaccata alla buccia dell’uovo. La superficie infine veniva ricoperta da ciciulena e zuccherini multicolori. Era anche uso a quei tempi che ‘u zitu facesse alla zita una grossa cuddura, dove il numero delle uova doveva essere dispari, le dimensioni della cuddura erano tali che nessuno dei  ziti  in questione  dovesse fare una mala comparsa… immaginatevi le dimensioni!

Di colombe, che soppiantarono nel seguito il pecorello, non se ne conosceva l’esistenza e di uova pasquali di cioccolato ad onor del vero in giro non se ne vedevano tante; poi arrivò il consumismo  nordico con la  presa in giro della sorpresa e della carta stagnola multicolore!

Passato il dolore del grigio venerdì santo arrivava il sabato:  a memoria d’uomo sempre una bella giornata di sole. Fin dalle prime ore del mattino si respirava un’aria di trepida attesa. Venivano apparecchiate le tavole, e i bambini , sempre a caccia di qualche zuccherino, erano tenuti lontani…e poi alle ore 11 in punto  scoppiava, è il caso di dirlo, la Gloria.

Immaginativi quello che succedeva… le campane di tutte le chiese messe a suonare a stormo … tutte le navi  di ogni dimensione, nel porto, a  strombazzare con le sirene e tutti i bambini per le strade a battere con le pietre sui pali di ferro della luce. Senza contare le macchine che si aggiungevano all’indicibile frastuono col suono  del loro clacson.. altro che l’Italia campione del mondo!

E poi tutti a mangiare le cuddure,  finalmente venute allo scoperto – una a ‘ttia , una a ‘ttia–  e via di seguito una  gettata in aria, e poi un allegro gnam..  gnam .

A Gloria sunau;

A cuddura si spizzau;

Si spizzaua a mossa a mossa;

A cuddura senza l’ossa.

Fette di salame e favette fresche completavano la mangiata.

Alla mattina della domenica  si andava in giro per trovarsi al punto di incontro fra le due processioni uscite dalla chiesa della Madonna della Mercè, e che facevano percorsi differenti: una con Gesù risorto e l’altra con la Madonna. Il momento emozionante  era che quando si incontravano dal manto della Madonna venivano liberati tanti uccellini, quale segno di giubilo accompagnato dagli applausi della folla festante. Concludeva la mattinata la messa solenne nella cattedrale,  dove il maestro Gasparini faceva sfoggio, accompagnato dal coro, di tutta la sua bravura, nel far tuonare le sedicimila canne dell’organo.

Le principali feste messinesi  erano caratterizzate da particolari cibi, ad esempio per ferragosto sulle tavole non doveva mancare il galletto ruspante e u muluni du faru, la frutta martorana per i morti, la vigilia di Natale il baccalà fritto, la notte di san Silvestro i pitoni, la salsiccia e la pignolata a carnevale,i sfinci a s. Giuseppe, a Pasqua il capretto. La pasta ‘ncaciata, le braciole, il falso magro, i cannoli… sempre. Dunque era il capretto cucinato in umido, “aggrassato“ con patate il piatto forte pasquale. A girare per la città in quel periodo, tutte le macellerie esponevano quarti e mezzi capretti macellati. Il boccone prelibato era il cervello del capretto cucinato; quello di solito toccava al padre famiglia. A fine pasto dopo la frutta faceva il suo ingresso trionfale  ‘u …pecureddu. Un’opera d’arte,delizia per gli occhi,  tanto che pareva male doverlo tagliare a fette. A fine pasto il liquore fatto in casa . Questo liquore lo preparava per Natale mio padre: comprava l’essenze  della Bertolini nella drogheria Vitarelli in via Cavour. L’essenze erano: Curacao, Alkermes, Maraschino, Gocce d’oro e un fantomatico Latte di Vecchia!  Li miscelava con l’alcool e lo zucchero  e  si servivano sempre a conclusione d’ogni festa . Nel pomeriggio infine tutti a vedere a’nchianata d’antinna alla festa deglispampanati, in via Tommaso Cannizzaro, ripiena di bancarelle. Da gustare la giaurrina fatta di miele e zucchero.

A volte non si riusciva a seguire tutte le manifestazioni che nella domenica di Pasqua si svolgevano in città; ma andare a sentire la messa solenne in Cattedrale  per me era d’obbligo e non ne ho mai sono persa una, compresi i  movimentati marchingegni del campanile.

E poi veniva il tanto atteso giorno di pasquetta, cioè il lunedì di Pasqua. Di prima mattina, tutti a guardare in maniera ansiosa l’andirivieni delle nuvole nel cielo, e tutti a fare gli scongiuri perché non piovesse. Quella infatti era  l’occasione, più unica che rara, per conoscere delle ragazze con cui allacciare amicizie che potevano avere sviluppi più concreti.

Anche se in quegli anni, per quanto mi riguarda, ci fossero state anche delle gite fuori città, le pasquette più belle furono quelle fatte andando sui colli Sarrizzo: meta della maggior parte del popolo messinese, che in quella giornata trovava occasione per spassarsela all’ombra delle pinete. Ciò che  anche caratterizzava  quella gita, fatta rigorosamente a piedi – noi prendevamo una scorciatoia che ci portava direttamente al sesto chilometro- era il mangiare che ci portavamo appresso.  La regina di tutte le feste, la pasta ‘ncaciata, era il primo piatto e poi i carciofi ripieni con pangrattato condito, la frittata di uova e piselli, le immancabili cotolette di carne e poi favette e salame  e se  spuntava qualchecuddura, era la benvenuta. L’ottimo vino del Faro, di produzione padronale,  rendeva l’atmosfera più leggera, e spesso al suono improvvisato di una fisarmonica si intrecciavano balli  e si buttavano i ponti per più proficui rapporti interpersonali.

Al pomeriggio inoltrato quando la stanchezza cominciava a farsi sentire, si prendeva la via del ritorno; e se rimaneva ancora qualche briciolo d’energia, c’era d’andare alla festa che si teneva nella chiesetta della contrada Scoppo, dove si trascorreva, in mezzo alla confusione, il resto della serata sgranocchiando calia e nucidda mericana.

Un’ altra attività che impegnava noi ragazzi,  ormai diventati giovanotti, era la recita della Passione e Resurrezione di Gesù, che rappresentavamo nel teatro del Santuario della Madonna di Pompei.

Dovete sapere che la chiesa sopradetta venne distrutta dai bombardamenti, ciononostante i padri cappuccini, durante la ricostruzione della stessa, celebravano le messa nella vecchia chiesa posta alle sue spalle . Nel 1951 dopo la ricostruzione dell’attuale santuario, la vecchia chiesa venne adibita a teatro, con una capienza di circa 200 posti. Un teatro costruito in piena regola, con tutti gli accessori necessari.  Nella parte superiore del proscenio,  un affresco di P. Dionigi di Adrano  mostrava il buon samaritano mentre prestava i suoi buoni uffici ad un povero derelitto, mentre  una scritta,di sapore francescano, rimasta indelebile nella mia memoria recitava: “ Chi da al povero presta a Dio”.

Le rappresentazioni base, da noi fatte, erano “la Cantata dei pastori” , su un testo settecentesco di S.Alfonso dei Liguori che si recitava a Natale e Capodanno e la Passione e  Resurrezione di Nostro Signore, che si recitava a Pasqua. Le due interpretazioni erano seguite da un folto pubblico e si valevano  di due attori di vaglia. Uno era il signor Marrale, un vecchio attore messinese, dalla proverbiale magrezza, che faceva la parte di Gesù, – povero signor Marrale appeso infreddolito sulla croce, che implorava d’essere deposto, perché non resisteva più nello stare in quella  scomoda posizione: noi tutti apostoli , pretoriani e pie donne a ridacchiare ai piedi della croce: e quello, sottovoce: “ facitimi  scinniri, facitimi scinniri a ccu ci aspittati”- ; e l’altro era Erio Marchese, che faceva la parte di Giuda, che poi finiva appeso suicida ad un albero, che pareva vero; fortunatamente veniva assicurato ad un cinturone gentilmente fornitoci di vigili del fuoco. E poi ricordarli tutti: Benito Giannino, nella parte di Cristo quando  il signor Marrale non ce la fece più di stare appeso alla croce, Gianni Pino nella meditata parte  Ponzio Pilato, Santo Pappalardo, e se non lui, era  san Pietro  con il gallo che gli cantava tre volte, e poi c’era Zanghì nella parte dell’odiato Caifas, Franco Villari, il capo dei pretoriani, vestito da paladino di Francia ed io infine che facevo Nicodemo tutto preso a gridare per difendere Gesù di fronte al Sinedrio, con applauso a scena aperta. Regista Turi Visco  e poi in ordine sparso le pie donne, una frotta di bambini, apostoli, legionari romani, scribi e farisei e popolo vociante: Barabba, Barabba. Il tutto era coordinato da padre Bernardo di Caltavuturo, al secolo Vincenzo Modaro, celebre autore di composizione sacre, La rappresentazione  veniva bene  e commuoveva il pubblico, che non risparmiava, al momento della Resurrezione,  scroscianti applausi  e per la scena liberatoria e per tutti gli attori,  comparse comprese.

Quello fu uno dei tanti modi in cui noi ragazzi, ingenuamente,  vivemmo da protagonisti  quei nostri anni…  i cosiddetti migliori anni della nostra vita,

Italo Rappazzo

Io non ho mai imparato nulla.


 Io non ho mai imparato nulla. Continuo semplicemente a fare con naturalezza qualsiasi cosa mi sento di fare. Qualsiasi cosa devo dire, la dico, perché non ho alcun obbligo verso nessuno, e non ho alcun impegno con nessuno. Non appartengo ad alcun partito. Sono assolutamente libero di essere divertente, scioccante. Non mi preoccupo neppure di contraddirmi perché, a mio avviso, se un uomo resta coerente per tutta la sua vita, dev’essere un idiota. Una persona che cresce, deve contraddirsi molte volte: chi può dire cosa porta il domani? Il domani potrebbe annullare completamente l’oggi. E io sono pronto ad accompagnarmi alla vita senza alcuna esitazione.

Osho@