Caro papà..cara mamma .


Caro papà, cara mamma,sapete quante volte ho dovuto domare questo cuore,che avrebbe voluto uscire fuori dal petto per gridare al mondo intero,la sua rabbia,la sua sofferenza,il suo immenso amore per voi,eppure è dovuto sempre rimanere là al suo posto in silenzio,e continuare nonostante tutto a pompare perchè sa di doverlo fare senza esitare; così ricaccia il suo immenso dolore nel buco nero,ma esso riaffiora sempre.
Il cuore si ribella,incomincia a scalpitare,è furioso non vorrebbe più soffrire,ma sa che non può perchè è un cuore,e il cuore è tutta una vita, è dolore,amore,nostalgia,rabbia,quale emozione non lo sfiora,quale sentimento non lo colpisce,quale sensazione non lo rende partecipe.
Ecco vedete quante cose sensazioni attraversano un cuore,il mio,il vostro,il nostro cuore!
Ora immaginate il mio,con quale ferocia scalpita,perchè in esso affiorano e muoiono,le mie sofferenze,le mie emozioni,adesso provate ad immaginare le onde del mare in tempesta infrangersi nella roccia,non provate un tumulto,un tonfo,ecco è questo che provo io nel pensarvi, mi s’infrange il cuore al pensiero di non potervi neanche sfiorare le vostre mani,darei la vita se questo vi bastasse a farvi capire quanto vi ami,veramente,sinceramente,darei la vita se questo vi aiutasse ad amarmi.
Questo mamma,papà è l’amore incondizionato, e non corrisposto, ,una figlia che non potrà mai più essere una bambina,ma gli basterebbe essere una figlia. che importanza ha scrivere tutto queste cose .,…voi non ne verrete mai a conoscenza…
Ma che importanza ha …del resto voi non siete a conoscenza di tante cose,cose che avrei voluto dirvi,eppur ho dovuto sempre tacerle anche a me stessa.
Perchè perdonare e continuare ad amare voi che continuate a farmi soffrire,in un modo così incondizionato,cercando di elemosinare un pò del vostro amore?
Questo è una domanda a cui non saprò dare mai una risposta.
Con tutto il cuore♥♥ vostra figlia.

L’utopia di un mondo migliore..


Ogni generazione ha rivendicato e cantato le sue proposte per un mondo migliore. I giovani studenti del 1968 chiedevano agli adulti: “Mettete fiori nei vostri cannoni”; “meglio fare l’amore che la guerra”. Poi, una volta cresciuti e arrivati nelle cabine di regia, essi stessi hanno combattuto, a malincuore e con spirito afflitto (forse), la loro brava guerra, con la scusa di voler ripristinare il diritto violato. Ai figli di ogni generazione coloro che hanno combattuto lasciano in eredità le distruzioni come bottino di guerra, con l’augurio di non doversi trovare costretti da sciagurate circostanze, simili a quelle dei padri, ad imbracciare essi pure il fucile.

Neppure l’attuale generazione di adulti, che si erano entusiasmati chiedendo l'”immaginazione al potere”, è sfuggita a questo rito inquietante che si tramanda dalla notte dei tempi. Al pacchetto di ideali per un mondo migliore che si intendeva tramandare, hanno aggiunto l’esempio di quattro guerre combattute in un solo decennio, facendo uso della retorica, che arriva a giustificare persino la militarizzazione della libertà e della società civile.

È triste la prospettiva di dover incoraggiare i giovani a credere nella pace soltanto come spazio residuo tra una guerra e l’altra. Finora, quando una guerra termina, se ne celebrano gli anniversari e i veterani sono indicati come eroi nazionali. Cade invece nella smemoratezza il nome di quanti, prima e durante la guerra, prevedendo i bombardamenti e le atrocità, si adoperarono perchè non fosse dichiarata la guerra. E per loro è già tanto se qualche zelante non li accusa di vigliaccheria o di pavidità di fronte al nemico.In assenza della guerra coloro che amano e lavorano per la pace non si possono permettere il riposo del guerriero, che si prende una vacanza in attesa di scatenare un nuovo conflitto. Vincere la pace per scacciare la guerra dalle consuetudini umane resta un grande ideale per ogni generazione. Si dice che siano finite le ideologie e che gli entusiasmi non abbiano un motivo sufficiente per scatenare una nuova guerra. Ma pare proprio il contrario.

Nonostante tutto, in un mondo globalizzato, adoperarsi per la pace, come grande festa della vita, rappresenta l’unica vera idealità per cui spendersi. Essa sintetizza la qualità, l’estensione e la profondità della solidarietà e della fratellanza umana. Gli educatori delle nuove genrazioni sono chiamati a ricostruire una cultura nuova, scarsamente cantata nei poemi e nei libri di storia, di come sia bello adoperarsi per un mondo di pace.

A volte si è tentati di pensare che non siano molti gli adulti del nostro tempo disponibili e preparati a costruire un’etica mondiale che preveda un pianeta abitabile e una convivenza solidale. Nel nostro tempo caratterizzato da gravi conflitti sociali e da pianificazioni di grandi interessi economici, ridisegnati con la forza prima che con il diritto, da tutti si dovrebbe comprendere che nessuno ha il diritto di educare alla guerra, appellandosi a un cosiddetto realismo e reclamando che non si può fare diversamente.

È tempo di costruire tanti cantieri di pace, dando ascolto alle utopie dei giovani perchè la vita sulla terra finalmente sia senza più guerre.

I tre giorni della merla *


La leggenda dei tre giorni della merla si perde nell’onda del tempo.

Una storiella che ha infinite varianti da posto a posto. Una cosa  però ha  in comune a tutti: la data. I tre ultimi giorni di gennaio, considerati appunto i più freddi.

Gli ultimi tre giorni di gennaio, il 29, 30 e 31,  a Milano ci fu  un inverno molto rigido. La neve aveva steso un candido tappeto su tutte le strade e i tetti della città. I protagonisti di questa storia sono un merlo, una merla e i loro tre figlioletti…..

Erano venuti in città sul finire dell’estate e avevano sistemato il loro rifugio su un alto albero nel cortile di un palazzo situato in Porta Nuova. Poi, per l’inverno, avevano trovato casa sotto una gronda al riparo dalla neve che in quell’anno era particolarmente abbondante.


Il gelo rendeva difficile trovare le provvigioni per sfamarsi; il merlo volava da mattina a sera in cerca di becchime per la sua famiglia e perlustrava invano tutti i giardini, i cortili e i balconi dei dintorni. La neve copriva ogni briciola. Un giorno il merlo decise di volare ai confini di quella nevicata, per trovare un rifugio più mite per la sua famiglia. Intanto continuava a nevicare. La merla, per proteggere i piccoli merli  intirizziti dal freddo, spostò il nido su un tetto vicino, dove fumava un comignolo da cui proveniva  po’ di tepore.

 

Tre giorni durò il freddo. E tre giorni stette via il merlo. Quando tornò indietro, quasi non riconosceva più la consorte e i figlioletti erano diventati tutti neri per il fumo che emanava il camino. Nel primo dì di febbraio comparve finalmente un pallido sole e uscirono tutti dal nido invernale; anche il capofamiglia si era scurito a contatto con la fuliggine.


Da allora i merli nacquero tutti neri; i merli bianchi diventarono un eccezione di favola.