Monica Cannatella


Non lo so perchè mi torni in mente proprio oggi,oggi che e’ stata una bella giornata di sole, uno di quei giorni in cui tutto fila liscio ,nessuna complicazione, nessun ostacolo.
Di solito un dolore torna a far male aiutato dal grigiore di una giornata di pioggia, o da una giornata dove dici “azz,oggi non me ne è andata bene una” invece no… tu torni d’improvviso, come per ricordarmi che non sei mai andato via e qualunque cosa io faccia per dimenticarti o accantonarti tu tornerai sempre, più’ forte di prima.

Colpirai dritto al cuore  come hai sempre fatto,ed ancora una volta io te lo lascerò  fare , perchè in fondo preferisco sentire dolore e ricordarti, piuttosto che stare bene e perdere per sempre il tuo ricordo.

 

Hermann Hesse


La maggior parte degli uomini non vuol nuotare prima di saper nuotare. Spiritosa, vero? Certo che non vogliono nuotare, sono nati per la terra, non per l’acqua. E naturalmente non vogliono pensare: infatti sono nati per la vita, non per il pensiero. Già, e chi pensa, chi concentra la vita nel pensiero può andare molto avanti, è vero. Ma ha scambiato la terra con l’acqua e a un certo momento affogherà.

dal libro ” Il lupo della steppa”

Anais Nin


Senza sentimento, invenzioni, stati d’animo,
non ci sono sorprese.
Un rapporto deve essere innaffiato
di lacrime, di risate, di parole, di promesse,
di scenate, di gelosia, di tutte le spezie della paura,
di viaggi all’estero,
di facce nuove, di romanzi, di racconti,
di sogni, di fantasia, di musica, di danza,
di oppio, di vino.


Ci sono tanti sensi minori,
che si buttano come affluenti
nel fiume della passione,
arricchendola.
Solo il battito unito del sesso
e del cuore può creare l’estasi.

A mio padre*


Sono figlio di un padre mai nato.
L’ho capito osservando la sua vita.
Da che ho memoria non ricordo di aver mai visto il piacere nei suoi occhi:poche soddisfazioni,forse nessuna gioia.
Questo mi ha sempre impedito di godere pienamente della mia,di vita.
Come può infatti un figlio vivere la propria se il padre non ha vissuto la sua?Qualcuno ci riesce,ma comunque è faticoso.E’ un’officina di sensi di colpa che lavora a pieno ritmo.
Mio padre ha sessantasette anni,è magro e ha i capelli grigi.E’ sempre stato un uomo pieno di forza,un lavoratore.Ora è affaticato,stanco,invecchiato.E’ stato deluso dalla vita.Così deluso che quando parla spesso si ripete.Vederlo in questo condizione scatena il me un forte senso di protezione.Mi intenerisce,mi dispiace,vorrei fare qualcosa per lui,vorrei aiutarlo in qualche modo.E mi sento male perché mi sembra di non fare mai abbastanza,di non essere mai abbastanza.

Spesso,sopratutto negli ultimi anni,lo osservo di nasconderlo.Lo guardo con attenzione e solitamente finisce che mi commuovo senza una ragione valida,se non per quel groviglio interiore che provo da sempre e che mi tiene legato a lui.
Abbiamo avuto una relazione difficile il nostro è quel tipo di amore che solo chi ha avuto il coraggio di odiarsi può conoscere. Quell’amore vero,guadagnato,sudato,cercato,lottato.
Per imparare ad amarlo ho dovuto fare il giro del mondo,E più mi allontanavo da lui,più in realtà mi stavo avvicinando.Il mondo è tondo.
C’è stato un lungo periodo in cui non ci siamo parlati.E non parlare con un genitore significa avere ginocchia fragili,significa aver bisogno all’improvviso di sedersi un attimo.

Non perché ti gira la testa,ma perché ti fa male lo stomaco.Mio padre è sempre stato il mio mal di pancia.Per questo ho iniziato ad amarlo veramente solo dopo che sono riuscito a vomitare tutta la mia rabbia,il mio odio,il mio dolore,visto che molte di queste sensazioni portavano il suo nome.
Quando ero piccolo volevo giocare con lui,però il suo lavoro lo portava sempre via.Lo ricordo soprattutto in due situazioni:Mentre si preparava per andare a lavorare o mentre riposava stravolto dal lavoro.In ogni caso dovevo aspettare,io per lui venivo sempre dopo.
Mio padre mi è sempre sfuggito,e ancora oggi è così.
Prima me lo portava via il lavoro,ora pian piano me lo sta portando via il tempo,un avversario con cui non posso competere.Per questo ora vivo la stessa situazione di impotenza che provavo da bambino.
Sopratutto negli ultimi anni,ogni volta che lo vedo mi accorgo che è sempre più vecchio,e lentamente,giorno dopo giorno,sento che mi scivola via dalle mani,E ormai non mi resta che stringere forte la punta delle sue dita.


All’età di trentasette anni,guardavo quest’uomo mai nato,mi viene in mente la frase che Marlon Brando aveva appesa in camera:”Non stai vivendo se non sai di vivere.”Ancora oggi mi chiedo cosa posso fare per lui,Anche se adesso lo vedo fragile,indifeso,invecchiato,anche se ormai sembro più forte di lui,in realtà so che non è così.E’ sempre più forte di me.Lo è sempre stato.Perché a lui basta una parola per farmi male.Anzi,anche meno:una parola non detta,un silenzio,una pausa.Uno sguardo rivolto altrove.Io posso sbraitare e dimenarmi per ore,passare alle ingiurie,mentre a lui per stendermi basta una smorfia,fatta con un angolo del labbro.


Se nella vita da adulto lui è stato il mio mal di pancia,da bambino era il mio torcicollo.Perché facevo sempre tutto con la testa rivolta verso di lui,verso un suo sguardo,una sua parola,una semplice risposta.Ma la sua reazione era sbrigativa,:una spettinata breve ai capelli,un pizzicotto sulla guancia,il disegno che avevo fatto per lui appoggiato velocemente sulla credenza.Non poteva darmi nulla di più perché non solo mio padre non si è mai reso conto dei miei dolori,delle mie necessità e dei miei desideri,ma non si è mai reso conto nemmeno dei suoi.Non è mai stato abituato ad esprimere i sentimenti,a prenderli in considerazione.Per questo dico che non ha mai vissuto veramente.Perché si è fatto da parte.
Forse per questo motivo anch’io stupidamente non l’ho mai visto come una persone che potesse avere dei desideri,delle paure,dei sogni.Anzi sono cresciuto senza pensare che fosse una persona:era semplicemente mio padre,come se una cosa escludesse l’altra.Solo diventando grande e dimenticandomi di essere suo figlio ho capito com’è realmente,e l’ho conosciuto.Avrei voluto essere grande da piccolo per parlare con lui da uomo ad uomo,così magari avremmo potuto trovare una soluzione ai nostri problemi,una rotta diversa da percorrere insieme.Invece,adesso che ho capito molte cose di lui,ho la sensazione di essere arrivato tardi.Di avere poco tempo.
Ora,mentre lo osservo,ho la piena certezza di sapere cose di mio padre che nemmeno lui sospetta.Ho imparato a vedere e a capire ciò che nasconde dentro di sé e che non è in grado di tirare fuori.
A quest’uomo per anni ho chiesto amore in maniera sbagliata.Ho cercato in lui quello che non c’era.Non vedevo,non capivo,e adesso un po’ me ne vergogno.L’amore che mi dava era nei suoi sacrifici,nelle privazioni,nelle infinite ore di lavoro e nella scelta di caricarsi di tutte le responsabilità.A guardare bene non era nemmeno una scelta,forse quella era la vita che tutti avevano fatto prima di lui.Mio padre è figli di una generazione che ha ricevuto insegnamenti chiari ed essenziali:sposarsi,fare figli,lavorare per la famiglia.Non c’erano argomenti diversi su cui interrogarsi,solo ruoli prestabiliti.E’ come se si fosse sposato e avesse fatto un figlio senza averlo mai desiderato veramente.Sono figlio di un uomo che è stato chiamato dalla vita alle armi,per combattere una guerra privata:non per salvare un paese ma per salvare la sua famiglia.Una guerra fatta non per vincere,ma per pareggiare i conti,per sopravvivere.per tirare avanti.
Ami mio padre.Lo amo con tutto me stesso.Amo quest’uomo che quando ero piccolo non sapeva mai quanti anni avevo.
Amo quest’uomo che ancora oggi non riesce ad abbracciarmi,che ancora oggi non riesce a dirmi: “Ti Voglio Bene”.
In questo siamo uguali.Ho imparato da lui.Nemmeno io riesco a farlo.

DAL LIBRO DI: Fabio Volo
Il tempo che vorrei